CCS, PoliMi: Italia terzo Paese per capacità di stoccaggio annunciata al 2030

27 gen 2026
I progetti si stanno spostando verso comparti come cemento, generazione elettrica e trasformazione carburanti, mentre la destinazione è orientata allo stoccaggio dedicato. Chiesa: “Restano incertezze regolatorie e carenza di meccanismi di supporto".

In un'Europa sempre più rilevante per la cattura della CO2, con le sue 4 milioni di tonnellate catturate l'Italia è il terzo Paese dopo Paesi Bassi e Danimarca per capacità di stoccaggio annunciata al 2030. È quanto emerso dalla terza edizione dello Zero Carbon Technology Pathways Report, redatto dall'Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano.

Nel dettaglio, si legge nel documento, se a livello globale si assiste a una forte crescita degli impianti (62 operativi, con una capacità di cattura complessiva di 64 Mtpa, e altri 35 in costruzione), l'Ue in particolare passa dai circa 50 Mt di CO2 catturati al 2030 ai 450 Mt al 2050, quota destinata per il 55% allo stoccaggio permanente.

Le politiche di efficienza energetica, l'elettrificazione dei consumi finali e la diffusione delle fonti rinnovabili, spiega lo studio, che pure hanno consentito un calo del 37% delle emissioni di gas serra in Europa dal 1990, mostrano infatti limiti strutturali nei settori industriali caratterizzati da vincoli tecnologici all'elettrificazione e da una quota rilevante di emissioni di processo non eliminabili.

Chiesa, restano incertezze regolatorie e carenza meccanismi di supporto

"La rilevanza strategica della cattura della CO₂ è stata riconosciuta anche a livello normativo: con il Net-Zero Industry Act (NZIA), infatti, l'Unione Europea ha introdotto per la prima volta un obiettivo vincolante di capacità di stoccaggio della CO₂. Ciononostante, permangono significative incertezze regolatorie e una carenza di meccanismi di supporto che rischiano di rallentare lo sviluppo dei progetti necessari a rispettare le tempistiche imposte dagli obiettivi climatici", ha avvertito Vittorio Chiesa, direttore e fondatore di Energy&Strategy.

"In base alla nostra analisi sarebbero necessari schemi incentivanti dedicati, eventualmente affiancati da contributi in conto capitale nella fase iniziale di sviluppo della filiera. In termini di finanziamenti pubblici, per raggiungere la piena decarbonizzazione nei settori considerati (cemento, generazione elettrica in centrali a gas, termovalorizzazione) occorrerebbero tra 1,6 e 3,1 miliardi di euro annui: un impegno significativo, ma comparabile a quello già previsto per il supporto alle fonti rinnovabili elettriche nel medio-lungo periodo. Senza questi strumenti, il contributo della cattura della CO₂ agli obiettivi climatici europei rischia di rimanere largamente insufficiente", ha aggiunto Chiesa.

Aumento dell'interesse e nuovi progetti

A livello globale, si legge, l'interesse verso la CCUS è in forte crescita e anche in Europa il trend è positivo, ma le proiezioni indicano un possibile disallineamento tra la capacità di cattura e quella di stoccaggio disponibile al 2030, con un rischio concreto di mancato raggiungimento dei target fissati. Parallelamente, stanno cambiando i settori di applicazione dei progetti, con un progressivo spostamento verso comparti come cemento, generazione elettrica e trasformazione dei carburanti, mentre la destinazione della CO₂ si orienta verso lo stoccaggio dedicato rispetto alle tradizionali applicazioni di Enhanced Oil Recovery (EOR).

È in atto, rivela lo studio, una profonda evoluzione dei progetti di cattura della CO2, dal punto di vista della localizzazione geografica, dei settori di applicazione e della destinazione delle emissioni catturate. La capacità di cattura operativa del vecchio continente è destinata a salire fino al 29% della capacità totale in fase di sviluppo, stimata a 405 Mtpa, in linea con il percorso di decarbonizzazione che ha velocizzato le iniziative di CCUS.

La prossimità delle scadenze associate agli obiettivi di decarbonizzazione a livello globale ed europeo ha determinato, tra 2024 e 2025, un'accelerazione dei progetti di CCUS nel mondo, passati da 408 a 489 (+19%) per 513 Mt di CO2 catturati all'anno (+23%). Si tratta ancora, per lo più, di impianti in fase di sviluppo preliminare o avanzato, e solo in numero più ridotto già operativi o in costruzione, che insieme costituiscono, nel 2025, circa il 21% della capacità di cattura annunciata (108 Mt di CO2 su 513).

Le soluzioni di cattura applicabili all'industria, prosegue lo studio, rientrano prevalentemente nella categoria della Point Source Capture, in cui la CO₂ viene separata direttamente nei punti di emissione. Le tecnologie disponibili si differenziano sia per l'approccio di integrazione nei processi industriali, sia per i meccanismi chimico-fisici di separazione della CO₂ dai fumi: tra le opzioni più mature figurano l'assorbimento chimico e fisico tramite solventi, l'adsorbimento e la separazione mediante membrane, ciascuna con specifici punti di forza o criticità e impatti differenziati sui costi di cattura a seconda del settore industriale di applicazione.

Il rapporto confronta poi la capacità di cattura operativa a livello globale nel 2025 (64 Mt all'anno) con quella attesa nel 2030 (337 Mt all'anno). Mentre oggi la maggior parte delle emissioni catturate derivano dal trattamento del gas naturale (64%), dalla trasformazione dei combustibili (18%) e dal settore chimico (8%), nel 2030 la generazione di elettricità e calore e la termovalorizzazione costituiranno il 19% della capacità di cattura operativa (nel 2025 rappresentavano il 5%) e crescerà notevolmente il peso del cemento (da 1% a 8%), mentre si ridurrà il contributo del trattamento del gas naturale (da 64% a 27%).

Una terza trasformazione è poi legata alla destinazione delle emissioni catturate: l'utilizzo di CO2 catturata in pratiche non sostenibili come l'EOR (Enhanced Oil Recovery, iniezione in giacimenti petroliferi per aumentare l'efficienza del processo di estrazione), che oggi rappresenta il principale sbocco, andrà via via riducendosi, mentre crescerà notevolmente il ruolo dello stoccaggio permanente come destinazione finale del carbonio, che salirà dal 22% del 2025 al 66% nel 2030.

Obiettivi vs realtà

Alla luce di queste novità, si legge, assumono sempre più rilevanza le infrastrutture di trasporto e stoccaggio. Il trasporto via pipeline rappresenta la soluzione più efficiente per la gestione di grandi volumi di CO₂ su distanze medio-brevi, mentre la nave viene preferita sulle lunghe distanze.

Per quanto riguarda lo stoccaggio, in Italia è attualmente consentito esclusivamente l'utilizzo di giacimenti esauriti di idrocarburi, mentre gli acquiferi salini, che mostrano un potenziale nettamente superiore, costituiscono una delle principali opzioni già operative nel Nord Europa. Parallelamente, sono in fase di sviluppo soluzioni alternative, quali la mineralizzazione della CO₂ e il suo utilizzo in prodotti a lunga durata.

Se poi si considerano solo i progetti di cattura abbinata allo stoccaggio permanente della CO2, si evidenzia come gli annunci degli operatori siano allineati alle ambizioni tracciate dalla normativa: dei 222 Mt di capacità attesa entro il 2030, 44 Mt (20%) si trovano in Europa, in linea con l'obiettivo fissato dal Net-Zero Industry Act a 50 Mt all'anno. Tuttavia, le previsioni per l'Europa sono meno ottimistiche quando si sposta l'attenzione ai progetti infrastrutturali, in particolare a quelli di stoccaggio del carbonio: a fine settembre 2025, infatti, i progetti con entrata in esercizio entro il 2030 erano solo 16. Sommando le capacità di iniezione annunciate si raggiungono 28,6 MtCO2/anno, il 57% dell'obiettivo europeo.

Dal punto di vista dei modelli di business, il mercato della CCUS sta evolvendo da configurazioni "full-chain", in cui un singolo attore gestisce l'intera filiera, a modelli "partial-chain", caratterizzati da una maggiore specializzazione dei soggetti coinvolti nelle fasi di cattura, trasporto e stoccaggio. Per gli emettitori risultano centrali due aspetti: la definizione delle tariffe di trasporto e stoccaggio, che possono essere regolate o negoziate bilateralmente, e la possibilità di attivare meccanismi di revenue stacking.

Oltre al risparmio sui costi ETS, le principali fonti potenziali di ricavo includono la vendita di CO₂ come commodity, i crediti di CO₂ e i prodotti low-carbon venduti con un green premium, sebbene tali mercati presentino oggi un livello di maturità ancora limitato. Le analisi economiche presentate nel rapporto, condotte sui settori del cemento, della generazione elettrica in centrali a gas e della termovalorizzazione mostrano che, alle condizioni attuali, la CCS non risulta economicamente competitiva rispetto allo scenario senza cattura. I costi di cattura, trasporto e stoccaggio incidono in modo significativo su quelli di produzione finali, determinando aumenti rilevanti dei prezzi di cemento ed energia. Tuttavia, l'atteso incremento e la crescente volatilità del prezzo delle emissioni ETS potrebbero migliorare la competitività relativa della CCS.