Articolo di Emilia Marcotulli.
A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, il quadro della sostenibilità italiana mostra progressi ma anche ritardi strutturali. Secondo il rapporto SDGs 2025 dell’Istat, nell’ultimo anno circa la metà delle misure monitorate è in miglioramento (51%), ma gli indicatori ambientali mostrano una maggiore inerzia rispetto ad altri ambiti.
È il quadro delineato a Roma durante il convegno “Presentazione del Rapporto SDGs 2026 – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”, organizzato da Istat, presso l’Aula Magna di via Cesare Balbo 14, che fotografa lo stato di avanzamento del paese rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. È su questo terreno che si giocherà la capacità dell'Italia di trasformare gli impegni sulla sostenibilità in risultati concreti nel lungo periodo.
Acqua, il nodo delle infrastrutture rallenta il percorso verso la sostenibilità
Tra i goal ambientali, il goal 6 – acqua pulita e servizi igienico-sanitari resta uno dei settori in cui i progressi risultano più lenti. Gli indicatori mostrano infatti livelli elevati di stabilità, segnalando difficoltà nel consolidare miglioramenti strutturali, tanto che Leopoldo Nascia, dell’Istat, ha affermato che “per il prelievo di acqua dolce c'è un miglioramento, un miglioramento ai minimi, ma se guardiamo il confronto europeo l'Italia è il secondo Paese europeo per prelievo di acqua dolce destinata all'uso potabile. Quindi, anche se c'è un miglioramento, siamo ancora lontani”. Nel lungo periodo il goal 6 presenta inoltre segnali critici, con una quota di indicatori in peggioramento o con andamento non pienamente definito.
Le principali criticità riguardano la gestione della risorsa idrica e le infrastrutture. A livello territoriale, infatti, emergono differenze significative, con particolare vulnerabilità nel Mezzogiorno: Sicilia e Calabria registrano criticità legate ai servizi idrici e fognari, mentre la Basilicata evidenzia problemi nell’efficienza della distribuzione dell’acqua e, inoltre, come evidenzia Nascia, “l'efficienza delle reti di distribuzione dell'acqua potabile, degli acquedotti, è ferma, stabile e non mostra miglioramenti dal 2022 al 2024”.
Se però sul fronte idrico i progressi restano limitati, il quadro cambia parzialmente osservando il settore energetico.
Energia: rinnovabili in crescita, ma il passo è insufficiente
Il goal 7 – energia pulita e accessibile rappresenta invece uno degli ambiti con le tendenze più positive nel lungo periodo. La quota delle fonti energetiche rinnovabili continua a crescere, ma “il ritmo resta insufficiente rispetto agli obiettivi fissati dal Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC)”, ha dichiarato Nascia.
L’Italia si trova in una posizione relativamente favorevole nel confronto europeo: il goal 7 è uno degli ambiti in cui il paese presenta indicatori migliori rispetto alla media UE27 e un posizionamento in linea con le principali economie europee. Persistono, però, anche in questo comparto, differenze territoriali. Le province autonome di Trento e Bolzano e la Valle d’Aosta si distinguono per un maggiore orientamento verso le fonti rinnovabili, mentre Sicilia e Sardegna evidenziano maggiori difficoltà, soprattutto sul fronte dell’efficienza energetica.
Accelerare gli investimenti e ridurre i costi per cittadini e imprese
La transizione energetica non deve essere solo una sfida ambientale, ma deve produrre benefici concreti anche sul piano economico e sociale. A sottolinearlo è Leonardo Becchetti, economista dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che evidenzia la necessità di politiche capaci di ridurre i costi per le famiglie più fragili e per le imprese, tanto che argomenta “quando parliamo di energia pulita e accessibile parliamo di rinnovabili, ma soprattutto di politiche che consentano alla transizione di migliorare le condizioni delle persone più povere e di ridurre i costi di produzione delle imprese”.
Secondo l’economista, il principale ostacolo alla crescita delle rinnovabili in Italia non è la disponibilità di capitali, ma la lentezza delle procedure amministrative. Per accelerare la diffusione degli impianti servono quindi soprattutto interventi organizzativi, tanto che afferma “non abbiamo bisogno di molta finanza. Per gli impianti da fonti rinnovabili serve soprattutto liberare le energie dei cittadini. Basterebbe rafforzare la commissione VIA e velocizzare le procedure autorizzative”.
Integrare gli obiettivi ambientali con quelli sociali ed economici, secondo l’economista, rappresenta comunque la strada principale per accelerare la transizione ecologica e renderla più efficace per cittadini e imprese.
Il monitoraggio degli SDGs e la sfida della comunicazione
Nel corso dell'evento un focus è stato anche quello concernente la comunicazione dei dati degli SDGs. Ana Carmen Saura Vinuesa, rappresentante del National Statistics Institute of Spain (INE), ha sottolineato il valore del lavoro svolto dall'Istat nella misurazione dello sviluppo sostenibile. L'esperta ha ricordato come “gli SDGs rappresentano una sfida statistica per l'elevato numero e la diversità degli indicatori. Ai 234 indicatori globali si aggiungono circa 100 indicatori europei, oltre agli indicatori nazionali, subnazionali e tematici”.
Una complessità che, secondo Saura Vinuesa, deve tradursi anche in una comunicazione più efficace in quanto “i dati sugli SDGs devono essere accessibili, rilevanti e facili da comprendere per decisori politici, stakeholder e cittadini”, ha affermato. Guardando oltre il 2030, Saura Vinuesa ha infine evidenziato come il dibattito internazionale stia progressivamente superando il solo PIL quale misura dello sviluppo che “rimane un indicatore fondamentale dell'attività economica, ma non è in grado di cogliere aspetti essenziali come il benessere, la coesione sociale e le disuguaglianze”. Per questo cresce la necessità di sviluppare sistemi di misurazione integrati che comprendano anche le dimensioni sociali e ambientali.
La sfida di misurare la distanza dagli obiettivi 2030
A riportare il dibattito sul significato complessivo dei dati è stato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell'alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), che ha invitato a leggere gli indicatori non solo come una fotografia dei miglioramenti registrati negli ultimi anni, ma soprattutto come una misura della distanza che separa il paese dagli obiettivi fissati dall'Agenda 2030. Secondo Giovannini, la complessità del sistema di monitoraggio rende necessario affiancare agli indicatori tradizionali strumenti sintetici che consentano di cogliere più facilmente l'andamento complessivo.
A quattro anni dalla scadenza dell'Agenda 2030, il punto centrale, secondo Giovannini, non è tanto misurare i miglioramenti rispetto al passato, quanto verificare se il ritmo dei progressi sia sufficiente a raggiungere i target fissati dalle Nazioni Unite in quanto “l'Agenda è stata immaginata per misurare la distanza dagli obiettivi, non quella dal punto di partenza”.
Il rapporto SDGs 2025, inoltre, arriva in un momento significativo, ovvero alla vigilia della presentazione della “Voluntary National Review” dell'Italia al High-level Political Forum delle Nazioni Unite e dell'aggiornamento della strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, atteso entro la fine dell’anno. Per questo motivo Giovannini ha rilevato che “questo rapporto può e deve essere utilizzato dalle autorità politiche come un vero e proprio "bagno di realtà’”. L'Italia è ancora lontana dall'essere sostenibile e questo è un problema che dovrebbe entrare pienamente nel dibattito pubblico e nella prossima competizione politica”.
La sfida degli SDGs che riguarda acqua ed energia
Il rapporto SDGs 2025 restituisce l'immagine di un'Italia in movimento, ma ancora lontana dai traguardi fissati dall'Agenda 2030. Se nel settore energetico emergono segnali di crescita, soprattutto grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili, sul fronte della gestione della risorsa idrica continuano a pesare ritardi infrastrutturali e forti divari territoriali.
Il messaggio emerso in entrambi i settori durante la presentazione è sicuramente che i progressi non vanno valutati solo rispetto al passato, ma soprattutto in relazione alla distanza che separa il Paese dagli obiettivi da raggiungere. Con quattro anni ancora a disposizione, la sfida sarà trasformare il monitoraggio in politiche efficaci e gli impegni assunti in risultati concreti.
Articolo di Emilia Marcotulli

