Decarbonization Policy&Technology Report 2026: -37% emissioni CO2 in 30 anni, ma UE in ritardo su obiettivi 2040-50

25 giu 2026
Lo studio analizza il ruolo delle politiche europee e italiane e delle tecnologie chiave per la decarbonizzazione dei settori industriali hard-to-abate, in particolare CCUS e idrogeno rinnovabile, sottolineando la necessità di conciliare transizione energetica, competitività industriale e sicurezza energetica.

Negli ultimi 30 anni le emissioni di CO₂ nell’UE sono diminuite del 37%, ma le proiezioni indicano che gli obiettivi al 2040 e 2050 non saranno raggiunti: il divario stimato è di circa 500 milioni di tonnellate di CO₂ al 2030 e fino a 1,5 miliardi nei decenni successivi.

In questo contesto, il Decarbonization Policy & Technology Report 2026 realizzato dall’Energy&Strategy della POLIMI School of Management cerca di conciliare le diverse posizioni nel dibattito energetico, interrogandosi sulla sostenibilità tecnica ed economica di questi target e sul rapporto tra decarbonizzazione, indipendenza energetica e competitività industriale.

Obiettivi climatici lontani e nuove tensioni energetiche

Lo studio – come si legge in una nota del Politecnico – oltre ad analizzare l’evoluzione del quadro normativo (a livello sia europeo, con l’introduzione del Clean Industrial Deal, che italiano, con il meccanismo di Energy Release 2.0, il DL Bollette e la crescente l’attenzione verso i Power Purchase Agreements-PPA), è focalizzato sul ruolo delle tecnologie innovative nella decarbonizzazione dei processi industriali hard-to-abate: la produzione di idrogeno rinnovabile e le soluzioni di cattura della CO₂ (Carbon Capture Utilization and Storage-CCUS), due settori con luci e ombre ma caratterizzati da una grande vivacità sotto il profilo delle startup.

La cattura della CO₂ è considerata essenziale per decarbonizzare i settori industriali difficili da elettrificare, ma in Italia il quadro normativo è ancora incompleto. I CCfD sono lo strumento principale previsto per sostenerla, anche se probabilmente serviranno ulteriori incentivi pubblici per rendere gli investimenti sostenibili.

Anche l’idrogeno rinnovabile è in fase di sviluppo: il mercato è pronto a partire, ma manca ancora la definizione di regole e tariffe, fondamentali per ridurre l’incertezza e attirare investimenti. Gli obiettivi del PNIEC al 2030 sono ambiziosi e sulla carta i progetti in corso sarebbero sufficienti a superarli, ma molti sono ancora in fase preliminare e quindi incerti.

Più in generale, secondo lo studio il contesto energetico europeo e italiano evidenzia la necessità di conciliare decarbonizzazione, competitività industriale e sicurezza energetica, anche attraverso nuove politiche industriali e strumenti di sostegno alle tecnologie low-carbon.

“L’instabilità del contesto geopolitico evidenzia una volta di più come l’unica risposta strutturale in grado di ridurre l’esposizione ai prezzi dell’energia sia la decarbonizzazione, ma non senza tutela e rilancio industriale, che vanno conciliati con il raggiungimento degli obiettivi climatici. È assolutamente necessario intervenire sui costi energetici, che in Europa risultano più elevati: i dati mostrano come le produzioni energy-intensive abbiano registrato le maggiori difficoltà negli ultimi anni, limitando la capacità dei sottosettori produttivi di competere. La risposta europea contenuta nel Clean Industrial Deal, e seguita da provvedimenti importanti tra cui l’Industrial Accelerator Act-IAA, il nuovo quadro sugli Aiuti di Stato legati al CID (CISAF) e il METSAF, mette al centro la creazione di mercati guida per i prodotti strategici low carbon e made in UE, nonché l’istituzione di aree di accelerazione per progetti di decarbonizzazione industriale e investimenti nel settore delle cleantech”, ha affermato Vittorio Chiesa, direttore di E&S e responsabile del Report.

“La direzione strategica appare dunque definita ma rimangono aperte molte questioni legate alla competitività industriale, alla sostenibilità economica degli investimenti e alla capacità dei sistemi regolatori di accompagnare la trasformazione in corso. Inoltre, resta da capire quanto il nostro Paese riuscirà a sfruttare questi nuovi spazi di manovra, partendo da una situazione sfavorevole in termini di conti pubblici”, ha aggiunto Chiesa.

Innovazione e competitività: un ecosistema in crescita

Il Report dedica ampio spazio all’ecosistema dell’innovazione, mappando le startup attive nei settori della CCUS e dell’idrogeno rinnovabile. I risultati mostrano filiere emergenti, in gran parte ancora nelle prime fasi del ciclo di vita (accelerazione, incubazione, seed ed early stage VC), ma già capaci di innovare e di attrarre capitali, con una chiara «centralità» europea. I due terzi delle startup rilevate hanno meno di 5 anni, tutte mostrano dinamismo a livello brevettuale.

CCUS e idrogeno sostenibile

In particolare, il settore della CCUS si concentra in Europa e Nord America, quello dell’idrogeno soprattutto in Europa, grazie alla forte specializzazione industriale e al supporto delle politiche comunitarie. La crescita dei deal e degli investimenti registrata a partire dal 2020 evidenzia come si stia entrando in una fase di maturazione industriale e finanziaria: le 372 startup CCUS mappate hanno raccolto complessivamente 2.466 milioni di euro e le 163 startup dell’idrogeno 735 milioni, per un totale superiore a 3,2 miliardi di euro.

Nell’ambito della cattura, utilizzo e stoccaggio della CO₂ risultato appunto 372 startup a livello globale (43% negli USA e 40% in Europa), il 66% delle quali costituito negli ultimi cinque anni. Spicca il caso del Regno Unito, dove operano ben 45 delle 151 startup europee appartenenti al campione: si tratta di uno dei mercati CCUS più maturi, grazie alla presenza di una base industriale che genera domanda, di un quadro normativo stabile e di un ecosistema di innovazione e finanziamento particolarmente sviluppato.

Dal punto di vista delle fasi della “value chain integrate”, il 41% delle startup (152) offre esclusivamente soluzioni di cattura, il 23% si concentra sullo stoccaggio e il 13% sulle soluzioni di utilizzo. Solo il 23% integra più di una fase della catena del valore. Questo dato riflette il progressivo affermarsi di un modello “partial chain” nel settore della CCUS, in cui le diverse attività vengono svolte da attori specializzati e complementari, in sostituzione del modello “full chain” che aveva caratterizzato i decenni precedenti.

Le soluzioni tecnologiche per la rimozione della CO₂ stanno evolvendo insieme alla normativa europea. Nel settore della cattura, molte startup si concentrano sul Direct Air Capture (34%), che permette di rimuovere la CO₂ dall’atmosfera e stoccarla in modo permanente. Il quadro regolatorio su carbon removal e carbon farming ha favorito anche altre tecnologie come il biochar (43%), la mineralizzazione (34%), l’enhanced rock weathering (10%) e l’ocean alkalinity enhancement.

Sul fronte dell’innovazione, il 32% delle startup ha brevetti attivi o in fase di approvazione, e più della metà di quelle con brevetti approvati li ha sviluppati nelle fasi iniziali della propria crescita, segno di un ecosistema CCUS particolarmente dinamico.

Nel settore dell’idrogeno sostenibile lo studio ha identificato 163 startup a livello globale, concentrate soprattutto in Europa (39%), seguita da Asia (28%) e America (25%). Il primato europeo è legato alla specializzazione tecnologica e alle politiche UE a sostegno dell’idrogeno rinnovabile. Oltre due terzi delle startup sono nate dopo il 2020, segno di una forte crescita recente.

Rispetto alla CCUS, il settore appare più maturo: una quota significativa è già in fase di finanziamento avanzato (29% early-stage VC e 16% late-stage VC) e circa il 38% delle imprese ha attività brevettuale, indicando un ecosistema innovativo ma già più strutturato e attrattivo per gli investitori.