ETS e futuro europeo: la transizione da politica climatica a politica economica condivisa

23 giu 2026
Dall’evento organizzato da ECCO, il think tank italiano per il clima. Al centro del confronto anche il rischio di delocalizzazione delle emissioni e l’introduzione del CBAM. Articolo di Emilia Marcotulli

Alla vigilia del Consiglio europeo e in vista della proposta di revisione che la Commissione presenterà a luglio sul futuro dell’Emission Trading System (ETS), il principale strumento europeo per la riduzione delle emissioni di gas serra, il dibattito sul ruolo del mercato della CO torna al centro dell’agenda politica ed economica europea.

Se da un lato il sistema rappresenta una delle principali leve della decarbonizzazione e dell’integrazione del mercato energetico europeo, dall’altro è al centro di un confronto sempre più acceso sul suo impatto sulla competitività industriale, sui costi energetici e sulla gestione delle risorse generate dalle aste delle quote.

Proprio questi temi sono stati al centro dell’evento organizzato da ECCO, il think tank italiano per il clima, il 17 giugno scorso. Esponenti delle istituzioni, esperti, rappresentanti del mondo industriale e delle forze politiche si sono confrontati sulle prospettive di riforma dell’ETS, tra la necessità di mantenere efficace il segnale economico della CO e l’esigenza di accompagnare imprese e cittadini nella transizione energetica.

ETS, il prezzo della CO che divide l’Europa

L’ETS è il principale strumento dell’Unione Europea per ridurre le emissioni nei settori a maggiore intensità energetica. Introdotto nel 2005, è un meccanismo pensato per abbattere le emissioni “a costi più bassi per il sistema economico”, spiega Chiara Di Mambro, direttrice strategia Italia ed Europa di ECCO. Il suo funzionamento si basa sul principio del cap and trade, secondo cui viene fissato un tetto massimo alle emissioni complessive, espresso in quote, scambiate sul mercato determinando un prezzo della CO

Tale meccanismo è stato spesso indicato come una delle principali cause dello svantaggio competitivo delle imprese europee rispetto ai concorrenti internazionali e dell’aumento dei costi energetici. In questo sistema, in realtà, le imprese possono scegliere se ridurre le proprie emissioni attraverso interventi interni oppure acquistare quote sul mercato. Il prezzo della CO diventa così un segnale economico in grado di orientare le decisioni di investimento e non uno svantaggio. Come spiega Di Mambro, la logica è semplice: “chi può abbattere le emissioni a costi più bassi lo fa, chi non può in quel momento acquista quote. In questo modo, la riduzione complessiva avviene dove è economicamente più efficiente per il sistema”.

In questa prospettiva si inserisce anche la lettura di Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo, ECCO, secondo cui l’ETS non è soltanto uno strumento di riduzione delle emissioni, ma un meccanismo di riallocazione degli incentivi economici tale per cui “spostare i soldi da una spesa ai combustibili fossili e investirli in sicurezza e indipendenza strategica” è la funzione strategica del sistema. L’ETS diventa quindi un dispositivo capace di orientare capitali e investimenti verso tecnologie più efficienti e un modello energetico meno dipendente dalle fonti fossili.

Dalla CO alle risorse: il nodo del gettito ETS

Oltre a orientare le scelte di investimento delle imprese attraverso il prezzo della CO, l’ETS genera anche un flusso significativo di risorse pubbliche derivanti dalla vendita all’asta delle quote di emissione. Proprio la gestione di queste entrate rappresenta oggi uno dei principali temi di confronto: non solo per il loro valore economico, ma anche per il ruolo che possono svolgere nel sostenere la transizione energetica.

Secondo Giampaolo Arachi, consigliere dell’ufficio parlamentare di bilancio (UPB), il tema centrale riguarda anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse generate dal sistema e il grado di trasparenza con cui queste vengono rendicontate. Nel rapporto annuale dell’UPB emerge infatti che le aste delle quote di emissione hanno già generato risorse importanti per l’Italia. Tra il 2020 e il 2024, i proventi medi annui si sono attestati intorno ai 2,6 miliardi di euro che— secondo le stime dell’UPB— dovrebbero rimanere relativamente stabili fino al 2027. Successivamente, però “le quote messe all’asta diminuiranno in maniera lineare e si annulleranno nel 2039”, ha spiegato Arachi. 

Nodo questo sottolineato anche dal Vicepresidente della Camera dei Deputati Sergio Costa, il quale ha messo in luce come sia “un errore gigantesco” non sfruttare pienamente queste risorse per accompagnare la trasformazione energetica delle imprese, soprattutto in un paese caratterizzato da margini limitati di bilancio pubblico. La proposta che ha avanzato infatti è quella di destinare integralmente —o quasi— i proventi delle aste al sostegno degli investimenti nella transizione energetica: dall’installazione di impianti rinnovabili all’efficientamento energetico, fino all’elettrificazione dei processi produttivi.

In tale contesto, proprio il ruolo economico dell’ETS alimenta il principale punto di frizione tale da rappresentare per l’industria europea uno stimolo alla trasformazione.

Le novità europee: risorse all’UE e introduzione del CBAM

Un elemento di rischio delineato dalla tecnicità del meccanismo la mette in evidenza Marco Ravazzolo, direttore politiche per l'ambiente, l'energia e la mobilità di Confindustria, ovvero la carbon leakage o meglio la riduzione delle emissioni attraverso “ la delocalizzazione degli impianti o la riduzione della capacità produttiva”.

Secondo Nicoletta Pirozzi, responsabile “UE, politica e istituzioni” dell’IAI, però, il primo elemento da chiarire è la natura stessa dell’ETS, che non nasce soltanto come politica ambientale, ma come un’infrastruttura economica comune capace di creare regole condivise e un prezzo della CO uniforme all’interno del mercato europeo. A modificare ulteriormente il quadro contribuiranno infatti le future decisioni europee sul bilancio comunitario.

La Commissione europea ha proposto di destinare al bilancio dell’Unione il 30% dei proventi ETS. Se approvata, questa misura ridurrebbe le risorse direttamente disponibili per gli Stati membri, compresa l’Italia. Parallelamente entrerà progressivamente in funzione il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il meccanismo che estende il costo della CO anche ai prodotti importati da paesi privi di sistemi equivalenti all’ETS.

L’obiettivo, ha spiegato Giampaolo Arachi, è “evitare fenomeni di concorrenza sleale e delocalizzazione delle emissioni”. Il CBAM nasce infatti per contrastare il rischio di carbon leakage, cioè lo spostamento delle produzioni verso Paesi con standard ambientali meno stringenti. Una parte delle entrate generate dal meccanismo, pari al 25%, dovrebbe essere destinata ai bilanci nazionali, anche se con importi inferiori rispetto a quelli prodotti dall’ETS. Secondo Pirozzi, il CBAM può rappresentare uno strumento utile per proteggere la competitività europea, ma solo a determinate condizioni. La sfida, sottolinea, è “evitare che il meccanismo produca effetti distorsivi […] e incentivare la competitività senza scadere nel protezionismo”.

Tra decarbonizzazione e competitività: il difficile equilibrio dell’ETS

Uno dei punti più controversi del dibattito riguarda l’effettivo contributo dell’ETS alla riduzione delle emissioni. Citando studi universitari e analisi economiche, Marco Ravazzolo ha sostenuto che la decarbonizzazione europea sia stata determinata soprattutto da altri fattori, più che dal solo meccanismo del prezzo della CO: “non ha avuto un’efficacia nella decarbonizzazione del power e nella decarbonizzazione del manifatturiero”.

Secondo Ravazzolo, nel settore elettrico il ruolo principale sarebbe stato svolto dalle politiche di sostegno alle fonti rinnovabili: “hanno inciso molto di più le politiche di incentivazione alle rinnovabili”. Nel comparto manifatturiero, invece, il principale motore della riduzione dei consumi e delle emissioni sarebbe stato l’aumento dell’efficienza energetica, favorito anche dall’elevato costo dell’energia.

Un ulteriore elemento critico riguarda la trasformazione del mercato ETS e il crescente peso degli operatori finanziari. Ravazzolo ha messo in guardia dal rischio che uno strumento nato con una finalità industriale e ambientale assuma una natura prevalentemente finanziaria e ha aggiunto: “Non possiamo non evidenziare che […] il sistema ETS si è trasformato in una commodity finanziaria”.

ETS: il confronto è anche politico

Il dibattito sull’ETS riguarda soprattutto la dimensione politica, nella quale si confrontano approcci diversi rispetto al ruolo dello strumento e alle sue prospettive di sviluppo futuro. Le divergenze di visione sono riscontrabili tanto nel confronto quotidiano all’interno delle istituzioni quanto in occasioni pubbliche di discussione, come l’evento di ECCO.

Il confronto in questione, infatti ha visto contrapporsi tre approcci: quello del Partito Democratico, che ha difeso l’ETS come leva necessaria della transizione da correggere ma non da mettere in discussione; quello della maggioranza, più concentrato sull’impatto del sistema sulla competitività delle imprese e sui costi sociali; e quello del Movimento 5 Stelle, che pone l’accento sui possibili effetti regressivi dell’estensione del meccanismo.

L’On. Chiara Braga, ha respinto l’ipotesi di una sospensione dell’ETS, considerandola controproducente rispetto agli obiettivi climatici europei mettendo in luce come “si addebiti a delle scelte prese in Europa, dal Green Deal ai temi degli impegni climatici”. Per la deputata dem, il punto non è superare l’ETS, ma renderne più efficace l’applicazione, attraverso strumenti di accompagnamento per imprese e cittadini. 

Di segno diverso la posizione della maggioranza, espressa dall’On.Massimo Milani, che ha messo al centro l’impatto economico del sistema sulle imprese, allineandosi con le dichiarazioni di Confindustria. Sulla stessa linea si inserisce l’intervento di Tullio Patassini, responsabile energia della Lega che ha richiamato il tema della concorrenza globale e dei costi energetici per il sistema produttivo italiano. Il Movimento 5 Stelle, rappresentato dal Sen. Stefano Patuanelli, ha concentrato invece la critica sull’evoluzione del sistema e sulla distribuzione dei suoi effetti. Anche secondo Patuanelli l’ETS è diventato “un fattore di costo”, con particolare attenzione alle conseguenze dell’ETS2 che potrebbe penalizzare “le fasce più deboli della popolazione”.

Al di là però delle differenze politiche, un elemento comune emerge dal confronto: l’ETS non è più considerato soltanto uno strumento ambientale, ma un tassello della politica economica europea.

Conclusioni

Dal dibattito è emerso come l’ETS non sia più soltanto uno strumento ambientale, ma un elemento centrale della politica economica europea, capace di incidere su industria, competitività e sicurezza energetica. La sfida della revisione sarà trovare un equilibrio tra il mantenimento del segnale di prezzo della CO e la necessità di accompagnare imprese e cittadini nella transizione, utilizzando le risorse generate dal sistema come leva per investimenti e innovazione.

Come sottolineato anche da Pirozzi, il carbon pricing è anche uno strumento di sicurezza strategica tale che la partita non si giocherà solo sulla quantità di emissioni da ridurre, ma sulla capacità dell’Europa di trasformare il prezzo della CO da costo percepito a leva di indipendenza industriale ed energetica.

Articolo di Emilia Marcotulli