A cura di Renato Drusiani, Settore Politiche e Regolazione Acqua, UTILITALIA.
Gli attacchi intenzionali alle risorse idriche nel corso di un conflitto, visto che possono coinvolgere soggetti non direttamente impegnati nelle ostilità, hanno da sempre sollevato aspetti etici discussi da parte di filosofi , storici e giuristi. Anche da questi confronti traggono spunto gli accordi internazionali come la Convenzione di Ginevra del 1949, che proibisce il ricorso a strumenti che limitano l’accesso alla risorsa idrica da parte della popolazione.
Ciò nonostante, questo problema è ancora presente in conflitti regionali - alcuni molto estesi come per l’Ucraina e il Medio-Oriente - mostrando come il concetto di resilienza di un sistema idrico non debba limitarsi alla capacità di fronteggiare eventi catastrofi ci “ordinari” come terremoti e alluvioni, ma vada anche considerato il rischio bellico reale o potenziale.
Nell’arco di tempo di oltre due millenni, la risorsa idrica e le relative infrastrutture, se non sono state esse stesse un fattore scatenante delle ostilità, hanno avuto a volte un ruolo diretto, in quanto la loro messa in crisi rappresentava una grave offesa a popolazioni inermi su aspetti essenziali per la salute e la sopravvivenza. Del resto, non essendovi alcun sostituto per l’acqua, è evidente che una sua carenza o inutilizzabilità per qualunque motivo (blocco della fornitura o contaminazione), può produrre alle comunità coinvolte danni a volte anche irreversibili.
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