Il Position Paper del Laboratorio evidenzia i limiti dell'attuale gestione emergenziale delle crisi idriche e la necessità di introdurre regole preventive e vincolanti per affrontare la scarsità. Per il bacino del Po, lo studio mette a confronto tre possibili modelli di allocazione: ottimo di bacino, tetti regionali definiti ex ante e attuale sistema basato su interventi caso per caso.
L’Italia continua a gestire le crisi idriche con un approccio prevalentemente emergenziale: è quanto emerge dal Position Paper n. 323 del Laboratorio REF, dal titolo “Governance e gestione dell’acqua: il caso della siccità nel bacino del Po”.
Come si legge nello studio, infatti, nel bacino del Po, nonostante un sistema avanzato di monitoraggio e previsione della siccità, manca un regime allocativo cogente che traduca automaticamente le priorità d’uso dell’acqua in criteri vincolanti quando la risorsa scarseggia. Gli strumenti giuridici esistono, ma vengono attivati spesso in modo discrezionale e tardivo.
La sfida, scrive REF, è quindi affiancare alla concertazione istituzionale regole definite ex ante, da attivare automaticamente e preventivamente al superamento di soglie di severità prestabilite.
Il Po e la sfida della scarsità
Il fiume Po è l’infrastruttura naturale che connette agricoltura, industria, produzione idroelettrica, consumi civili ed ecosistemi. Per questo, la siccità nel bacino rappresenta una vera e propria crisi distributiva: quando la portata diminuisce, occorre decidere quali attività tutelare, quali limitare e come distribuire costi e deroghe. Secondo lo studio, però, il monitoraggio della scarsità non basta a stabilire chi debba ridurre i prelievi, in quale misura e con quali compensazioni.
La pressione sul Po è dominata dall’agricoltura, che assorbe circa 16,5 miliardi di metri cubi l’anno sui 20,5 miliardi complessivamente prelevati. La vulnerabilità del bacino dipende quindi soprattutto dall’elevata intensità d’uso e dalla rigidità della domanda, più che da una scarsità assoluta. Gli effetti economici della siccità, di conseguenza, sono distribuiti in modo disomogeneo tra utenti, consumatori e colture.
Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche. Il Codice dell’Ambiente stabilisce che l’uso potabile abbia priorità su ogni altra destinazione e che, in caso di siccità e scarsità, l’uso agricolo prevalga sugli altri impieghi. Sul piano quantitativo, consumo umano e deflusso ecologico costituiscono riserve “fuori riparto”, da sottrarre prima di distribuire la risorsa residua.
L’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici, divenuto organo dell’Autorità di bacino distrettuale dopo il decreto siccità del 2023, elabora scenari previsionali, assicura il flusso informativo verso la Protezione Civile e può proporre limitazioni temporanee alle derivazioni. Tuttavia, manca ancora un meccanismo che ne imponga l’attivazione automatica al superamento di soglie prestabilite.
Nella pratica, le Regioni agiscono spesso in autonomia e il raccordo con l’Osservatorio resta debole, con sovrapposizioni e ritardi decisionali. Il Commissario straordinario nazionale interviene soprattutto in emergenza, mentre la figura del regolatore terzo e indipendente, prevista già dal 1933 per gestire la scarsità, è rimasta quasi inutilizzata. È proprio a livello sub-distrettuale e ordinario che potrebbe quindi essere introdotta una regola di riparto ex ante, riducendo il ricorso a interventi emergenziali.
La gestione delle siccità: il caso del bacino del fiume Po
L’analisi delle crisi idriche passate prodotta dal Position Paper evidenzia il ripetersi di uno schema prevalentemente emergenziale. Durante la siccità del 2022, l’Osservatorio del Po raccomandò un taglio del 20% dei prelievi e l’aumento dei rilasci dai laghi alpini. Le Regioni adottarono misure di contenimento per gli usi urbani e dichiararono lo stato di emergenza, ma senza imporre riduzioni vincolanti alle utenze agricole. I limiti coercitivi richiesero quindi l’intervento del Governo centrale, con la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e la nomina dei Presidenti regionali a Commissari.
La riforma del 2023 – scrive REF – ha istituzionalizzato Cabina di regia, Commissario straordinario e Osservatori distrettuali, ma lo schema si è riproposto nel 2026, con nuove emergenze regionali e piani di gestione della siccità. Sono stati adottati anche interventi strutturali, come l’innalzamento preventivo del livello massimo estivo di regolazione del lago Maggiore, per aumentare la capacità di invaso a beneficio degli usi a valle. Tuttavia, anche in questo caso, non è stato introdotto un riparto vincolante dell’acqua tra territori e settori.
Nel tempo si sono consolidate pratiche come la raccomandazione di ridurre i prelievi irrigui, l’aumento dei rilasci dai laghi, le deroghe al deflusso minimo vitale, il monitoraggio del cuneo salino e il razionamento urbano. Il limite principale è che la dichiarazione di severità non comporta automaticamente obblighi di riduzione dei prelievi. Il sistema funziona quindi finché prevale la cooperazione volontaria, ma tende a mostrare i suoi limiti nelle fasi di maggiore scarsità.
L’esperienza del 2022 non ha portato a una regola vincolante di ripartizione della risorsa e anche il 2026 conferma il rischio di frammentazione decisionale. La proliferazione di strumenti e sedi regionali può infatti sovrapporsi all’azione dell’Osservatorio di bacino, indebolendo il coordinamento e la coerenza della gestione a scala distrettuale.
Le proposte del Paper: tre modelli per distribuire la risorsa
Per eventuali situazioni di scarsità strutturale, il Position Paper propone di definire come ripartire in modo stabile ed equo una risorsa sempre più limitata, confrontando tre modelli gestionali.
Il primo, orientato all’ottimo di bacino, considera il distretto come un unico sistema allocativo, superando i confini amministrativi: in caso di magra, vengono ridotti per primi i prelievi con il minor beneficio marginale, così da massimizzare il valore complessivo dell’acqua.
Il secondo prevede che l’Autorità di bacino stabilisca ex ante tetti di prelievo per ciascuna Regione, lasciando alle amministrazioni locali la gestione interna. È un modello più prevedibile, ma si avvicina all’ottimo di bacino solo se i diritti d’uso sono trasferibili.
Il terzo – conclude REF – coincide con l’assetto italiano attuale, basato su monitoraggio e interventi ex post: l’Osservatorio rileva la situazione di scarsità, mentre le decisioni sull’allocazione vengono assunte caso per caso da Regioni e Commissari durante l’emergenza.

