Sicurezza idrica, Legambiente: prevenire i contaminanti prima che arrivino al depuratore

09 ott 2026
Le prime due sessioni dell'VIII Forum Acqua hanno riunito istituzioni, ricerca e operatori sulla crescente presenza di inquinanti nel ciclo idrico. PFAS, farmaci, pesticidi e microplastiche richiedono monitoraggio, prevenzione e trattamento, con norme più armonizzate e maggiori investimenti. Focus sul principio "chi inquina paga", il riuso delle acque e la necessità di integrare tutela ambientale e salute secondo un approccio One Health. Articolo di Rossella Lettieri

Garantire acqua sicura in un contesto di crescente pressione chimica e climatica, in cui farmaci, PFAS, pesticidi e microplastiche aumentano la pressione sugli ecosistemi e sulla salute pubblica. È questo il focus dell'VIII Forum Acqua, "Il racconto dell’acqua. I contaminanti emergenti e la sfida per la sicurezza idrica", organizzato a Roma da Legambiente in collaborazione con Utilitalia. L'evento ha riunito gestori del servizio idrico integrato, industria, università e istituzioni, mettendo a confronto dati ed evidenze scientifiche più recenti e portando sul tavolo sette proposte indirizzate al Governo.

Tra le priorità indicate, infatti, ci sono l'eliminazione delle sostanze più problematiche e una maggiore armonizzazione del quadro normativo europeo, la valutazione degli effetti delle miscele e non soltanto delle singole sostanze, il superamento del deficit depurativo e l'adeguamento del sistema alla crisi climatica.

Legambiente ha inoltre chiesto di disporre di un quadro regolatorio per le acque irrigue e avviare il riuso delle acque reflue affinate, rafforzare il principio "chi inquina paga" attraverso la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), completare le aree di salvaguardia e rafforzare la protezione delle captazioni, oltre a potenziare il monitoraggio e rendere i dati pubblici, accessibili e comprensibili.

Introduzione: una regia unica sull'acqua

Ad aprire i lavori è stata Barbara Marinali, Vicepresidente vicario di Utilitalia, che ha richiamato la responsabilità degli operatori del servizio idrico integrato nei confronti dei cittadini e ha sottolineato la necessità di superare le contrapposizioni tra istituzioni, gestori e mondo produttivo. Nel quadro europeo e nazionale – ha affermato – è in corso il recepimento di diverse direttive, in particolare quella sulle acque reflue urbane, che ha posto due obiettivi: l'adozione di sistemi di depurazione più avanzati e costosi e l'introduzione del principio della Responsabilità Estesa del Produttore.

Secondo Marinali, proprio la contrapposizione tra gli attori coinvolti rischia di frenare il progresso. La direttiva individua oggi nella cosmetica e nella farmaceutica i due settori chiamati a farsi carico della responsabilità estesa per i microinquinanti, ma, ha sottolineato, non sono gli unici comparti a immettere sostanze inquinanti nell'ambiente. Per questo sarebbe necessario ampliare il numero dei settori coinvolti, distribuendo il carico su una platea più ampia.

"Abbiamo le capacità tecniche per agire, ma occorre anche maggiore coerenza delle normative. Abbiamo bisogno di una regia unica sull'acqua", ha affermato Marinali.

La vicepresidente di Utilitalia ha quindi posto l'accento sulla necessità di semplificare la governance pubblica dell'acqua in Italia. L'acqua, ha spiegato, è un tema cruciale che richiede una maggiore consapevolezza da parte del Governo, perché coinvolge direttamente la tutela dell'ambiente e la salute. Da qui la proposta di un coordinamento unico delle competenze oggi distribuite tra diversi soggetti istituzionali. Marinali ha ipotizzato, in conclusione, una riorganizzazione dal Governo, con la possibilità di arrivare – se non di un Ministero – alla creazione di un Dipartimento dell'Acqua.

Il tema della governance si intreccia così con quello, più ampio, della conoscenza delle sostanze presenti nel ciclo idrico e della capacità di prevenirne gli effetti. Su questo si è concentrato l'intervento di Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, che ha posto al centro del suo intervento il tema dei contaminanti emergenti, definendoli una delle questioni più rilevanti per il futuro della gestione della risorsa idrica. Si tratta di sostanze la cui presenza nell'ambiente desta preoccupazione per la salute umana e per gli ecosistemi, ma che non sono ancora pienamente regolamentate. Minutolo ha quindi sottolineato anche la necessità di valutare l'effetto “cocktail” dei contaminanti.

Tra le principali categorie di contaminanti emergenti rientrano PFAS, farmaci e residui farmaceutici, pesticidi, microplastiche e nanomateriali. A questi si aggiungono contaminanti storici, come i metalli pesanti e altri composti già noti, che continuano a rappresentare un problema ambientale in diverse aree del Paese. Queste sostanze attraversano l'intero ciclo dell'acqua, dalle falde ai fiumi fino all'acqua potabile. Minutolo ha sottolineato come negli ultimi anni la crisi climatica sia entrata stabilmente nel dibattito pubblico e politico, anche a causa della scarsità delle risorse, degli eventi meteorologici estremi e della fragilità infrastrutturale del Paese.

Per Minutolo, la risposta non può limitarsi a migliorare i sistemi di trattamento una volta che la contaminazione si è già verificata, ma deve puntare sulla prevenzione e sulla riduzione delle immissioni di sostanze pericolose alla fonte.

"Comunicare questi temi così tecnici richiede attenzione alle fonti, rigore scientifico, per produrre una consapevolezza e una conoscenza reale da parte della città civile tutta", ha concluso. Il rafforzamento della ricerca, della trasparenza e della partecipazione diventa quindi parte integrante di un nuovo modello di gestione dell'acqua, capace di affrontare non soltanto le emergenze ma l'intero ciclo della risorsa.

Prima sessione: stato dell'arte, salute e politiche europee

Su queste premesse si è sviluppata la prima sessione, dedicata a mettere in relazione gli aspetti scientifici con quelli sanitari, tecnologici e normativi.

Giusy Lofrano, dell'Università Pegaso, ha fatto il punto sui contaminanti emergenti, tra cui PFAS, microplastiche e farmaci, sottolineando come siano solo parzialmente rimossi dagli impianti di depurazione e provengano da fonti diffuse. Ha portato l'esempio della spiramicina, la cui concentrazione in un caso monitorato si è ridotta appena del 9% dopo il trattamento depurativo, evidenziando la difficoltà di eliminare alcuni residui farmaceutici.

Lofrano ha inoltre richiamato il problema dell'antibiotico-resistenza, legato anche alla crescente diffusione degli antibiotici nell'ambiente, e ha sottolineato la necessità di rafforzare prevenzione, monitoraggio e uso appropriato dei farmaci.

Le due direttive europee sul trattamento e il riutilizzo delle acque reflue vanno, ha spiegato, nella direzione di ridurre l'immissione di contaminanti nell'ambiente e, allo stesso tempo, di garantire tecnologie di depurazione adeguate a rimuoverli. L'obiettivo è quindi intervenire sia a monte, limitando le sostanze immesse nell'ambiente, sia a valle, attraverso sistemi di trattamento più efficaci. Al centro – ha concluso Lofrano – resta l'approccio One Health, che lega la tutela della salute umana a quella dell'ambiente.

Il passaggio dalla presenza dei contaminanti alla loro gestione concreta è stato al centro dell'intervento successivo, dedicato in particolare ai PFAS e alla complessità delle matrici interessate.

Claudia Marcolungo, Università di Padova, ha preso la parola sottolineando che le diverse sostanze richiedono trattamenti specifici. Ha evidenziato la necessità di mettere in relazione dati, competenze e normative per garantire la sicurezza delle acque, intervenendo anche sulle diverse possibili fonti di contaminazione, dai fertilizzanti alle deposizioni atmosferiche fino alle terre e rocce da scavo.

Marcolungo ha inoltre richiamato il problema dell'incertezza normativa, che può tradursi in un aggravio dei costi, e ha sottolineato l'importanza della prevenzione, di limiti efficacemente applicabili e di sistemi di monitoraggio adeguati. Tra le sfide future ha indicato l'evoluzione della normativa sui PFAS, la tutela delle acque superficiali e sotterranee e la gestione delle contaminazioni di suoli e fanghi.

La questione dei PFAS non si ferma però alla qualità dell'acqua, ma riguarda anche le matrici alimentari e, di conseguenza, la salute lungo tutta la filiera. Su questo si è concentrata Maria Nobile, dell'Università di Milano.

Nobile ha affrontato il tema dei PFAS nella filiera alimentare, evidenziando come la loro elevata stabilità abbia creato un ciclo di residui persistenti, tanto da parlare di "forever pollution". Ha spiegato come il monitoraggio stia passando dal controllo delle singole molecole a quello per gruppi e, progressivamente, a un approccio di classe.

Particolare attenzione è stata dedicata alla filiera ittica, tra le più esposte alla contaminazione, con studi su anguille del lago di Garda, molluschi bivalvi, salmoni, acciughe, tonni e granchi blu. Le concentrazioni rilevate sono risultate fortemente legate al contesto geografico e alle caratteristiche degli ambienti di provenienza. Il monitoraggio lungo tutta la filiera, dalle acque agli alimenti, è stato indicato come essenziale per garantire la sicurezza del consumatore e tutelare al tempo stesso salute animale e ambiente, secondo un approccio One Health.

Dalla contaminazione alla possibilità di recuperare risorse e trasformare gli stessi impianti di trattamento: è questa la prospettiva affrontata da Maura Malgaretti, di A2A.

Malgaretti ha affrontato il tema della trasformazione dei depuratori in bioraffinerie, con l'obiettivo di passare dalle matrici di scarto alle matrici di valore attraverso il recupero di acqua, nutrienti e altre risorse. Nel quadro della nuova direttiva europea sulle acque reflue, che dovrà essere recepita entro il 31 luglio 2027, ha richiamato l'importanza di definire quali risorse possano essere considerate sicure e virtuose.

Malgaretti ha poi approfondito il tema dei contaminanti organici persistenti (Persistent Organic Pollutants, o POPs), tra cui PCB e PFAS, sottolineando che i depuratori possono ancora rappresentare una fonte secondaria di contaminazione. Ha evidenziato il ruolo cruciale del fattore tempo: le esperienze passate dimostrano quanto possano essere lunghi i tempi necessari per produrre evidenze scientifiche sufficienti a intervenire. Per questo, ha richiamato la necessità di adottare un approccio preventivo e basato sulla valutazione del rischio, anche nella gestione dei fanghi e nel recupero di materie prime critiche, considerando non solo la qualità delle matrici ma anche i rischi legati al loro riutilizzo.

Seconda sessione: monitoraggio, innovazione e buone pratiche

Se la prima sessione ha evidenziato la complessità del problema, la seconda ha spostato l'attenzione sulle modalità con cui oggi è possibile misurare, monitorare e affrontare i contaminanti attraverso innovazione e nuove tecnologie.

In primo luogo, Irene Ingrando, funzionario tecnico chimico ADBPO, ha illustrato le attività del MantRiver Project e del Progetto AcquaPo dedicate al monitoraggio delle microplastiche. La rilevazione di questi contaminanti nei campioni reali resta complessa, anche per l'assenza di una definizione univoca e di un protocollo armonizzato a livello scientifico. Ingrando ha quindi presentato il progetto innovativo dell'ADBPO, orientato a rendere il monitoraggio più efficace e praticabile, attraverso un percorso che porta dal fiume al dato.

Il tema del monitoraggio si è quindi intrecciato con quello della capacità tecnologica di intervenire lungo l'intero ciclo dell'acqua. Anna Laura Eusebi, dell'Università Politecnica delle Marche, ha approfondito il tema delle microplastiche, sottolineando come la gestione della depurazione debba considerare l'intero percorso dell'acqua, dalla fognatura alle diverse gestioni territoriali. Particolare attenzione è stata dedicata al campionamento e all'analisi delle microplastiche, un processo complesso e molto dispendioso in termini di tempo.

Eusebi ha evidenziato la necessità di affiancare lo studio dei contaminanti emergenti a tecnologie di trattamento e sistemi di monitoraggio sempre più avanzati. In questo quadro ha richiamato il progetto ULTIMATE, dedicato al riuso industriale delle acque in un'ottica di ottimizzazione, e ha sottolineato l'importanza di integrare gli studi su farmaci e PFAS con strumenti più evoluti per la valutazione del rischio e il controllo dei limiti di esposizione.

Dalla ricerca alle applicazioni concrete, il tema degli investimenti è emerso con particolare evidenza nell'intervento di Gloria Salinetti, direttrice Acqua del Gruppo CAP, che ha illustrato gli investimenti messi in campo per adeguare gli impianti e rafforzare il monitoraggio dei microinquinanti, con oltre 4mila analisi aggiuntive all'anno. Tra le tecnologie adottate, ha citato l'assorbimento su carbone attivo per la rimozione dei PFAS, mentre una delle principali criticità riguarda il TFA nelle acque potabili, anche alla luce della normativa italiana che ne ha anticipato la regolamentazione europea. Per il periodo 2026-2029 – ha affermato – sono previste due linee di intervento, per un investimento complessivo di 70 milioni di euro.

Salinetti ha sottolineato anche i limiti tecnologici e gli elevati costi necessari per garantire acqua potabile sicura, richiamando il principio del chi inquina paga: i gestori devono sostenere investimenti rilevanti per contaminazioni spesso generate da altri soggetti. Da qui la necessità di armonizzare la normativa e di individuare un sistema di finanziamento che renda sostenibili gli interventi senza scaricarne interamente i costi sulla tariffa.

Il rafforzamento del monitoraggio richiede però anche una base scientifica comune e dati confrontabili. Su questo aspetto si è concentrato l'intervento di Eleonora Brancaleone, Istituto Superiore di Sanità, che ha affrontato il tema della sicurezza idrica, sottolineando come gli studi sui contaminanti emergenti siano ancora in fase di approfondimento e dipendano da molteplici fattori, tra cui l'esposizione simultanea a più sostanze. Ha richiamato la necessità di rafforzare il monitoraggio delle acque interne, nel quadro della Direttiva (UE) 2020/2184 e della Decisione delegata (UE) 2024/1441, e di proseguire la ricerca sia sul piano qualitativo sia quantitativo.

Tra le priorità ha indicato la necessità di verificare e ottimizzare i valori di riferimento e le metodologie di campionamento, oltre a validare e rendere più efficaci i sistemi di monitoraggio. Ha inoltre evidenziato l'importanza di una strategia nazionale sui PFAS, attraverso una rete di istituti di ricerca e laboratori che consenta di uniformare campionamento e analisi e di costruire entro il 2027 un quadro nazionale della presenza di queste sostanze nelle diverse matrici ambientali. I dati confluiranno in una banca dati pubblica, con l'obiettivo di integrare anche le informazioni provenienti da Regioni, gestori e altri progetti di monitoraggio.

A chiudere il percorso della seconda sessione è stato il tema della comunicazione e della consapevolezza sui rischi legati alle sostanze chimiche. Elisa Scocchera, dell'ufficio scientifico Legambiente, ha presentato il progetto EURENI, nato per sensibilizzare decisori politici e cittadini sui rischi e sugli impatti delle sostanze chimiche presenti nei prodotti di consumo, sia per l'ambiente sia per la salute. Ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili informazioni su un tema complesso, rafforzando trasparenza e controlli e favorendo la progressiva sostituzione delle sostanze pericolose con alternative più sostenibili. “Puntiamo a una maggiore protezione sia dell'ambiente che della salute umana”, ha dichiarato Scocchera.

Tra le criticità evidenziate c'è l'utilizzo ancora insufficiente del regolamento REACH, a fronte di controlli limitati e di dati non sempre verificati sistematicamente. Il progetto, sviluppato con partner europei, punta quindi a rafforzare il quadro normativo, migliorare l'accesso dei cittadini alle informazioni e intensificare il confronto con i decisori locali ed europei.

Dalla conoscenza alla prevenzione

Dagli interventi del Forum è emersa una direzione comune: affrontare la crescente presenza di contaminanti nel ciclo idrico richiede di agire prima che il problema arrivi al depuratore, rafforzando prevenzione, monitoraggio, ricerca e responsabilità dei produttori. Allo stesso tempo, servono investimenti, tecnologie adeguate e un quadro normativo più armonizzato, capace di accompagnare il riuso delle risorse senza trasferire tutti i costi sui gestori e sui cittadini.

La sfida, dunque, non è soltanto rimuovere i contaminanti, ma costruire un sistema in grado di conoscerli, prevenirli e gestirli lungo l'intero ciclo dell'acqua, mettendo insieme tutela ambientale, sicurezza e salute.

Articolo a cura di Rossella Lettieri