VIII Forum Acqua, Legambiente: ripensare l'intero ciclo in ottica di prevenzione, riuso e tutela della salute

12 ott 2026
Dai contaminanti emergenti alla crisi climatica, dalla necessità di nuovi sistemi di monitoraggio alla sostenibilità degli investimenti: la seconda parte dell’incontro ha messo a confronto istituzioni, gestori, ricerca e imprese sulle sfide per la sicurezza delle risorse idriche. Al centro anche il rafforzamento della depurazione, il riuso delle acque e l’evoluzione delle regole europee. Articolo di Rossella Lettieri

La sfida per la sicurezza idrica deve coinvolgere tutte le filiere, dall'industria all'agricoltura fino ai prodotti di uso quotidiano, attraverso regole più efficaci, l'applicazione del principio "chi inquina paga" e il completamento delle reti fognarie e degli impianti di depurazione. È la richiesta al centro della seconda parte, dopo le prime due sessioni della mattinata dedicate allo stato dell'arte sulla crisi idrica, dell'VIII Forum Acqua "Il racconto dell'acqua. I contaminanti emergenti e la sfida per la sicurezza idrica", organizzato da Legambiente a Roma, in collaborazione con Utilitalia.

Secondo i partecipanti all'incontro, occorre intervenire alla fonte, prima che i contaminanti raggiungano le acque, perché prevenire è meno costoso ed efficace che intervenire a valle. Serve inoltre un monitoraggio nazionale uniforme, basato su dati pubblici e accessibili, e un cambio di approccio nella gestione dell'inquinamento.

Il confronto ha acceso i riflettori sulla crescente pressione che grava sulla qualità delle risorse idriche, tra contaminanti emergenti, crisi climatica e una conoscenza ancora frammentata della loro presenza nell'ambiente. Secondo l'elaborazione di Legambiente sui dati E-PRTR, tra il 2007 e il 2023 sono state dichiarate oltre 7.500 tonnellate di rilasci diretti nelle acque italiane, tra pesticidi, metalli e solventi clorurati.

A destare particolare attenzione sono anche microplastiche, PFAS e farmaci, rilevati in diversi contesti, dalle acque superficiali alle falde. Di fronte a questo scenario, il Forum ha posto al centro la necessità di rafforzare prevenzione, ricerca e trasparenza.

Per Legambiente quella dei contaminanti emergenti è una sfida che richiede investimenti, ricerca e trasparenza: non basta migliorare i depuratori, ma occorre ripensare l'intero ciclo dell'acqua in chiave preventiva e ridurre le sostanze pericolose alla fonte, con un approccio One Health capace di tutelare insieme salute umana, animale ed ecosistemi.

Tavola rotonda: dalla prevenzione alla gestione della risorsa

La tavola rotonda della seconda parte dell'evento è stata introdotta da Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente, che ha richiamato le nuove criticità legate alla carenza idrica, ormai estese anche a territori che in passato non avevano affrontato problemi di questo tipo. Ciafani ha sottolineato la necessità di rafforzare il principio del "chi inquina paga" e della responsabilità estesa del produttore (REP), già applicati in altri ambiti ma ancora non pienamente estesi al ciclo dell'acqua. In questo quadro si inserisce il manifesto sottoscritto da Legambiente, Utilitalia e Consumer Forum, con l'obiettivo di affrontare il tema in modo coordinato.

Il tema della prevenzione è tornato al centro dell'intervento, con la richiesta di intervenire alla fonte per evitare costi maggiori nella gestione dell'inquinamento a valle. Un approccio che deve riguardare tutte le filiere, dall'industria all'agricoltura fino ai prodotti di uso quotidiano, come farmaci e cosmetici.

"Al Governo Meloni chiediamo innanzitutto un monitoraggio nazionale uniforme, con dati pubblici e accessibili a tutti", ha concluso Ciafani, evidenziando inoltre l'urgenza di completare le reti fognarie e gli impianti di depurazione, ricordando che i ritardi mantengono ancora aperte quattro procedure di infrazione europee, con costi a carico della collettività.

Dal tema della prevenzione si è passati quindi a quello delle tecnologie e degli investimenti necessari per affrontare i contaminanti emergenti. Monica Manto, Coordinatrice del Consiglio direttivo Acqua di Utilitalia, ha sottolineato come la mancanza di dati renda più complessa la definizione delle priorità e la valutazione del rischio. Ha richiamato inoltre la necessità di considerare un quadro più ampio di contaminanti, che comprende anche microrganismi patogeni e sottoprodotti dei processi di trattamento.

Ulteriore spazio è stato dedicato alle microplastiche e alla complessità del loro campionamento, la cui rappresentatività dipende anche dalla quantità di acqua analizzata. Le attività di ricerca condotte sugli impianti di trattamento hanno evidenziato una significativa capacità di rimozione delle microplastiche, fino al 90%, ma anche la necessità di ulteriori barriere per le particelle più piccole.

Manto ha inoltre illustrato le attività del progetto ULTIMATE, dedicato al riuso industriale delle acque, nel quale sono state testate diverse tecnologie di trattamento e monitoraggio. Il percorso ha evidenziato come rimozione dei contaminanti, gestione dei residui e valutazione del rischio debbano essere affrontate insieme, attraverso un'integrazione sempre maggiore tra tecnologie di trattamento e sistemi di monitoraggio.

Il confronto si è poi spostato sul quadro normativo e sulle attività di monitoraggio. Angiolo Martinelli, dirigente della Divisione V - Uso sostenibile delle risorse idriche del MASE, ha richiamato la necessità di un approccio olistico, in linea con il principio One Health, e ha fatto il punto sull'evoluzione del quadro normativo europeo e nazionale in materia di acque.

Tra le attività in corso ha evidenziato il progetto nazionale di studio, ricerca e monitoraggio dei PFAS, avviato con il coinvolgimento di ISS, ISPRA, CNR ed ENEA, con l'obiettivo di costruire entro la fine del 2027 un quadro nazionale della presenza di queste sostanze nelle diverse matrici ambientali, dalle acque ai suoli, dai sedimenti ai fanghi fino alla deposizione atmosferica. I dati raccolti confluiranno in una banca dati pubblica gestita da ISPRA, così da rendere disponibili informazioni omogenee e accessibili sulla presenza dei PFAS sul territorio nazionale.

Dalla conoscenza della contaminazione alla pianificazione della risorsa, Alessandro Delpiano, Segretario generale dell'ADBPO, ha sottolineato come la crescente scarsità idrica imponga di ripensare pianificazione e gestione delle risorse. L'ADBPO aggiornerà tre piani, introducendo contenuti e prospettive nuovi, e dovrà rafforzare le attività di studio e monitoraggio, anche considerando che la quantità di acque reflue disponibile nel periodo estivo può essere simile a quella invernale. Delpiano ha inoltre richiamato la necessità di non considerare l'acqua come patrimonio esclusivo di un singolo territorio, ma come una risorsa da gestire in una prospettiva complessiva.

Sul fronte normativo, il segretario generale ha ricordato come la nuova direttiva europea sulle acque reflue, attualmente in fase di recepimento, ampli il ruolo del servizio idrico verso l'economia circolare e il recupero di materia e introduca il trattamento quaternario, con una stima di 100-200 milioni di euro l'anno di investimenti aggiuntivi. Nel complesso, gli investimenti richiesti potrebbero raggiungere 1-2 miliardi di euro l'anno per i prossimi 17 anni. Il metodo tariffario attuale resterà stabile fino al 2028, con successivi aggiustamenti e un nuovo metodo previsto dal 2030. Resta inoltre in attesa di superare il passaggio al Consiglio di Stato il decreto sul riutilizzo delle acque, mentre è in arrivo, nell'ambito della legge SalvaMare, un decreto sui dissalatori destinati alle aree insulari.

Il tema della pianificazione nazionale è stato ripreso da Silvia Fregolent, componente della Commissione Ambiente del Senato della Repubblica, che ha sottolineato come l'Italia resti ancora indietro nell'uso e nel riutilizzo delle acque, anche per quanto riguarda le acque grigie. Di fronte a una siccità che non può più essere considerata un fenomeno eccezionale, ma una condizione ormai costante, Fregolent ha richiamato la necessità di politiche strutturate e di un'agenda che non può più essere rinviata.

Tra le principali criticità ha indicato la frammentazione della governance, che porta ancora a considerare l'acqua come una risorsa legata ai singoli territori, ostacolando una gestione a livello di bacino. Ha inoltre evidenziato i limiti della sostenibilità tariffaria: la tariffa, da sola, non è sufficiente a sostenere gli investimenti necessari. Per questo ha indicato la necessità di una pianificazione nazionale sistematica del sistema depurativo, attraverso un Piano Nazionale di Depurazione dotato di risorse dedicate, e ha proposto un tavolo nazionale strutturato sull'acqua, capace di dare continuità al confronto oltre gli appuntamenti di settore.

"Non possiamo più permetterci di sprecare una risorsa che pensavamo essere infinita, ma che infinita non è", ha concluso Fregolent.

Dalla dimensione istituzionale il confronto è entrato quindi in quella industriale e produttiva. Massimo Medugno, Direttore generale di Assocarta, ha ricordato come il settore cartario abbia sempre considerato l'acqua una risorsa centrale, anche alla luce dei fenomeni di siccità degli ultimi anni.

L'obiettivo è continuare a ridurre i consumi e rendere i cicli produttivi sempre più efficienti, ma entro limiti che richiedono anche un quadro normativo adeguato. In quest'ottica, Medugno ha richiamato la possibilità di intervenire sul recupero delle acque reflue e delle acque di bonifica, anche per ragioni ambientali ed economiche. Il settore cartario, ha ricordato, è già impegnato nel recupero interno dell'acqua e delle fibre e dispone di sistemi di depurazione consolidati.

Un altro nodo centrale, quello della sostenibilità economica e del principio "chi inquina paga", è stato affrontato da Valeria Frittelloni, consigliera per le materie ambientali di ARERA. Frittelloni ha sottolineato il ruolo dell'Autorità nel regolare i rapporti tra gestori e utenti e nel definire indicatori legati alla qualità e alla sostenibilità ambientale. In vista dell'evoluzione del quadro normativo, ha sottolineato, saranno necessari nuovi interventi regolatori per garantire una tariffa equa e sostenibile.

Frittelloni ha richiamato inoltre il principio "chi inquina paga", secondo cui i produttori delle sostanze chimiche che finiscono nel ciclo idrico dovrebbero contribuire ai costi del loro trattamento, evitando che ricadano sui gestori e quindi sulle tariffe degli utenti. La direttiva europea prevede una copertura del 30% dei costi da parte dei produttori, mentre resta aperta la questione relativa alla quota restante. Sul tema ARERA sta lavorando anche con le associazioni europee dei regolatori, mentre è pendente una causa davanti alla Corte di Giustizia dell'UE sul recepimento della direttiva.

A chiudere il confronto è stato Luca Lucentini, direttore del Centro nazionale delle acque dell'Istituto Superiore di Sanità, che ha riportato l'attenzione sulla necessità di aggiornare il quadro normativo sulla gestione delle acque reflue, cogliendo l'emergenza idrica come occasione per riposizionare l'Italia verso obiettivi più ambiziosi a livello europeo. Ha richiamato anche l'attenzione sul TFA, che non deve essere sottovalutato come contaminante, e il lavoro dell'OMS per una possibile revisione della lista delle sostanze di interesse, nel quadro del Protocollo Acqua e Salute.

Lucentini ha poi approfondito il tema delle microplastiche e dei possibili effetti sulla salute, evidenziando la necessità di migliorare il monitoraggio e di arrivare a metodi di campionamento e analisi sempre più standardizzati. Le ricerche condotte dall'ISS hanno permesso di sviluppare e affinare metodologie per rilevare microplastiche nell'acqua destinata al consumo umano, fornendo informazioni sulla loro presenza, sulle dimensioni e sui polimeri coinvolti. I risultati mostrano una riduzione delle microplastiche nei processi di trattamento, ma anche possibili fenomeni di ricontaminazione lungo la rete di distribuzione.

L'obiettivo, ha spiegato Lucentini, è rafforzare la capacità di monitoraggio, individuare le fonti di contaminazione e intervenire in chiave preventiva, riducendo i rischi alla fonte. "Abbiamo gli strumenti, ora vanno riempiti di cultura e contenuti", ha concluso.

Conclusione: la sfida per la sicurezza idrica

Dal Forum è emersa una direzione comune: la sicurezza idrica richiede di agire prima che l'inquinamento arrivi nell'acqua, attraverso monitoraggi più omogenei, ricerca, investimenti e regole capaci di responsabilizzare chi produce le sostanze contaminanti.

Una sfida che coinvolge istituzioni, gestori, industria e agricoltura e che, alla luce della crisi climatica, rende sempre più necessario ripensare l'intero ciclo dell'acqua in un'ottica di prevenzione, riuso e tutela della salute.

Articolo a cura di Rossella Lettieri