Anche i grandi laghi italiani e gli accumuli nevosi in quota mostrano una situazione critica. L'associazione chiede al Governo e alle Regioni del bacino padano un cambio di approccio nella gestione dell’acqua, puntando su pianificazione, riuso delle acque reflue, riduzione delle perdite e adattamento climatico.
Le portate del fiume Po nel mese di giugno hanno registrato anomalie superiori al 60% rispetto alla media climatica 1991-2020, con punte del -67% a Piacenza e del -65% a Cremona e Pontelagoscuro. È il quadro delineato da Legambiente, che denuncia una situazione di crescente crisi idrica accompagnata dalla sofferenza dei principali laghi italiani e dall’assenza pressoché totale degli accumuli nevosi residuali in quota.
Po e laghi sotto pressione: i numeri della crisi idrica
Il fiume Po è sempre più in sofferenza, così come i principali laghi della Penisola, mentre le riserve naturali d’acqua immagazzinate nella neve risultano ormai esaurite, riducendo il contributo della fusione estiva che alimenta il corso d’acqua e i suoi affluenti.
Secondo i dati riportati da Legambiente, nel mese di giugno le portate del Po sono risultate inferiori ai valori medi climatici del periodo 1991-2020 in tutte le principali stazioni di riferimento. Le condizioni più critiche si registrano a Piacenza, con un’anomalia del -67%, a Cremona e Pontelagoscuro (-65%), a Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%).
Particolare attenzione è rivolta alla stazione di Pontelagoscuro, il cui valore rappresenta un indicatore fondamentale per il rischio di ingressione dell’acqua marina nel Delta. Attualmente la portata registrata è pari a 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il fenomeno del cuneo salino.
In difficoltà anche i grandi laghi italiani, che presentano livelli idrometrici inferiori alla media e risultano sottoposti a una crescente pressione legata agli effetti del cambiamento climatico, all’inquinamento e alle attività antropiche.
Legambiente: “Servono interventi strutturali, non solo emergenze”
Di fronte a questo scenario, Legambiente richiama la necessità di superare una gestione della risorsa idrica basata esclusivamente sulle emergenze e sulle ordinanze di limitazione dei consumi.
Nel bacino del Po ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, provenienti sia dalle fonti superficiali sia dalle falde sotterranee. Di questi, circa il 75% è destinato agli usi irrigui, mentre la restante quota riguarda principalmente gli utilizzi industriali e civili.
L’associazione ambientalista ha quindi lanciato un appello al Governo e alle Regioni del bacino padano, proponendo otto interventi per una gestione più sostenibile della risorsa idrica. Tra le priorità indicate figurano l’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura, lo stanziamento delle risorse per l’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e una maggiore integrazione delle misure di adattamento nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici.
Le proposte: riuso, riduzione delle perdite e nuova governance
Tra le azioni indicate da Legambiente rientrano anche una transizione agroecologica del settore primario, una revisione degli ordinamenti colturali in funzione delle nuove disponibilità idriche, una governance unica per la gestione del bacino e una strategia che integri infrastrutture, gestione della domanda e Nature Based Solutions.
L’associazione sottolinea inoltre la necessità di ridurre le perdite nelle reti idriche, recuperare la capacità degli invasi esistenti, ripristinare gli ecosistemi fluviali e aumentare la capacità dei territori di trattenere l’acqua favorendo la ricarica delle falde.
“Il problema non è solo la scarsità d’acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica”, ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente.
Secondo Ciafani, “non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico”, perché “se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura”.
Il nodo delle concessioni idriche
Legambiente evidenzia infine il tema delle concessioni di derivazione, spesso basate su esigenze storiche e territoriali non più coerenti con l’attuale disponibilità della risorsa.
Molte autorizzazioni, secondo l’associazione, risalgono a condizioni climatiche profondamente diverse da quelle attuali e non sempre tengono conto della necessità di garantire il deflusso ecologico dei fiumi e la tutela degli ecosistemi.
Sul tema pesa anche la procedura di infrazione europea arrivata nel gennaio 2026 per il mancato corretto recepimento della Direttiva quadro sulle Acque, in particolare per la mancata registrazione di tutte le autorizzazioni relative ai prelievi e agli arginamenti delle acque.
La situazione nelle Regioni del bacino padano
Nel dettaglio, il Veneto registra una forte criticità nel tratto finale del Po, dove la riduzione degli apporti di acqua dolce favorisce la risalita del cuneo salino e mette sotto pressione ecosistemi, pesca e acquacoltura.
In Piemonte la presenza di portate ridotte, temperature elevate e aumento dei nitrati sta favorendo fenomeni di proliferazione algale, mentre Legambiente richiama la necessità di tutelare il deflusso ecologico del fiume.
In Lombardia il quadro è aggravato dalla riduzione degli accumuli nevosi: al 1° marzo 2026 l’equivalente idrico della neve risultava inferiore a 1,3 miliardi di metri cubi, contro una media ventennale di 2,3 miliardi. A fine giugno gli stoccaggi idrici lacustri erano scesi a 1,2 miliardi di metri cubi, 0,7 miliardi in meno rispetto all’atteso.
In Emilia-Romagna la portata del Po a Pontelagoscuro era pari a 323 m³/s il 7 luglio, contro una media storica di 1.100 m³/s per il periodo, determinando una risalita del cuneo salino per circa 25 chilometri dalla foce.
Secondo Legambiente, la gestione della crisi idrica non può più essere affrontata solo nella fase emergenziale, ma richiede una strategia di lungo periodo capace di integrare tutela degli ecosistemi, adattamento climatico e uso efficiente della risorsa acqua.

