Il governo italiano spinge per una sospensione temporanea del sistema europeo delle quote di emissione. Undici Stati membri chiedono una riforma per contenere i costi energetici e tutelare l'industria energivora. Il dibattito si intensifica in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo. Articolo di Monica Dall'Olio
Il costo dell'energia torna al centro del confronto europeo. In vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, il governo italiano ha rilanciato la richiesta di intervenire sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS), proponendo una sospensione temporanea in attesa di una revisione del meccanismo.
La questione è diventata una priorità per Roma nel quadro più ampio delle politiche energetiche europee e della competitività industriale. "Se l'Europa vuole contare in un contesto globale che cambia rapidamente deve rafforzare il mercato interno e ridurre gli oneri amministrativi. Ma soprattutto deve affrontare la priorità assoluta dei costi dell'energia", ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando che le imprese europee non possono competere se pagano strutturalmente l'energia più dei loro concorrenti globali.
"Chiediamo da sempre di scorporare il costo degli ETS dalla determinazione del prezzo dell'energia rinnovabile, dell'idroelettrico e solare per abbassare i costi – ha detto ancora Meloni nel corso di un'intervista radiofonica -. Ci sarà un Consiglio Europeo tra meno di due settimane ed è una delle proposte che intendiamo portare".
In occasione del suo intervento al Senato dell'11 marzo, Meloni ha ribadito questa intenzione: "A livello europeo, stiamo anche chiedendo, in attesa proprio di questa necessaria revisione annunciata per la seconda metà di quest'anno, di sospendere urgentemente l'applicazione dell'ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento che serve subito e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente."
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"Al di là di questa misura emergenziale urgente – ha proseguito-, chiediamo che la revisione dell'ETS corregga strutturalmente l'effetto inflattivo legato all'applicazione congiunta delle regole europee di fissazione del prezzo dell'energia elettrica e dell'ETS. L'ETS dovrebbe colpire solo chi inquina e non la produzione tramite rinnovabili. E non pagare l'ETS sulle rinnovabili è, peraltro, proprio l'obiettivo che si è posto il Consiglio dei ministri approvando, lo scorso 18 febbraio, il cosiddetto decreto bollette. La nostra aspettativa è che l'Unione europea ci consenta di correggere rapidamente, in maniera strutturale, questo meccanismo controproducente."
"Sempre in tema di ETS – ha concluso -, chiediamo che vengano affrontate altre due questioni fondamentali: la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, che, come sapete, comprendono alcuni dei settori chiave del made in Italy - la siderurgia, le cartiere, la lavorazione del vetro, la ceramica - e la riduzione della volatilità del prezzo delle quote ETS attraverso l'introduzione di un cap, oppure escludendo dal mercato degli ETS gli attori non industriali, così da limitare ogni speculazione finanziaria su questo strumento."
Urso: "CBAM ed ETS devono diventare strumenti a supporto dell'industria"
Sul piano europeo, il governo italiano spinge quindi per un intervento radicale. Anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha annunciato la richiesta di sospensione temporanea dell'ETS fino a una revisione strutturale del sistema.
Secondo Urso – che così si è pronunciato intervenendo il 26 febbraio a Bruxelles alla riunione dei Paesi "Friends of Industry", il format informale che riunisce i ministri dell'Industria di alcuni Stati membri europei, tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca, per coordinare le posizioni in vista del Consiglio Competitività - il meccanismo attuale rappresenta "un'ulteriore tassa a carico delle imprese europee", che incide sui costi di produzione e riduce la competitività dell'industria.
Tra le modifiche ritenute necessarie dal governo italiano figurano:
- la revisione dei parametri di riferimento delle emissioni
- un nuovo equilibrio nei meccanismi di assegnazione delle quote
- il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite per le industrie energivore.
Il ministro ha inoltre sottolineato la necessità di coordinare la riforma dell'ETS con il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) per evitare distorsioni competitive lungo le filiere industriali.
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Non solo Italia: undici Paesi chiedono una revisione
L'Italia non è sola nella richiesta di modificare il sistema ETS. Una dichiarazione congiunta firmata da un gruppo di Stati membri — tra questi Italia, Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna — sollecita una revisione profonda del meccanismo.
Secondo i ministri dell'Industria dei Paesi firmatari, la revisione del sistema — attesa per luglio — dovrà garantire:
- maggiore stabilità e prevedibilità del prezzo della CO₂
- protezione contro l'eccessiva volatilità del mercato
- un approccio pragmatico alla assegnazione gratuita delle quote
- strumenti più efficaci per proteggere l'industria energivora e prevenire la delocalizzazione delle emissioni.
Nel documento si sottolinea inoltre che la riduzione del tetto complessivo delle emissioni prevista dal sistema rischia di tradursi in prezzi più elevati e maggiore volatilità, con possibili effetti negativi sulla competitività industriale europea.
Le posizioni dei governi europei restano tuttavia differenziate. La Francia invita alla prudenza e sostiene che il sistema debba essere discusso e migliorato ma non smantellato, mentre la Germania si è detta favorevole a una riforma rapida dell'ETS, mantenendo però il principio del prezzo della CO₂.
Il decreto bollette e il nodo del prezzo dell'elettricità
La spinta italiana alla revisione dell'ETS si inserisce anche nel quadro delle misure nazionali adottate con il recente decreto bollette (Decreto Legge 20/2/2026 n.21, entrato in vigore lo scorso 21 febbraio 2026).
Il provvedimento interviene su uno dei meccanismi centrali del mercato elettrico europeo: il fatto che il prezzo dell'elettricità venga determinato dalla tecnologia più costosa necessaria a soddisfare la domanda, spesso gli impianti a gas.
Poiché nel costo del gas è incorporato anche il prezzo della CO₂ stabilito dal sistema ETS, questo costo finisce per trasmettersi all'intero prezzo all'ingrosso dell'elettricità, anche quando gran parte dell'energia è prodotta da fonti diverse.
Il decreto italiano prova a spezzare questo meccanismo: prevede infatti un rimborso parziale ai produttori termoelettrici dei costi legati alla CO₂, con l'obiettivo di evitare che tali costi vengano integralmente trasferiti nelle offerte sul mercato elettrico.
Secondo le stime del governo, la misura potrebbe ridurre il prezzo dell'elettricità all'ingrosso di circa 6-9 euro per megawattora.
Bruxelles vuole avere un quadro chiaro prima di commentare la misura appena adottata, al fine di verificarne la compatibilità con le regole europee. "I nostri esperti stanno analizzando i testi" e procederanno a "una revisione completa", ha annunciato Anna Kaisa Itkonen, portavoce dell'esecutivo Ue per le questioni energetiche.
L'appello al Governo di 150 scienziati ed economisti
Non tutti sono d'accordo. Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l'Italia frana. Questo il titolo della lettera aperta inviata alla Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, al Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e al Governo da un ampio gruppo di scienziati ed economisti esperti di scienza del clima e di transizione energetica. "Si rispettino gli obiettivi di decarbonizzazione, unico modo per coniugare sviluppo economico e benessere collettivo a lungo termine. Riteniamo un errore che il governo italiano non mostri pieno sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission Trading (ETS), ormai adottato anche in Cina, che ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati, dimostrando che politiche climatiche ambiziose possono produrre risultati concreti, stimolare innovazione e guidare la transizione industriale a costi sostenibili.
La lettera richiama inoltre la necessità di dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e di rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche dall'Italia in sede comunitaria.
Le posizioni dell'industria
"In qualità di seconda potenza industriale ed esportatrice d'Europa, chiediamo all'Unione Europea di sospendere temporaneamente il Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) per il settore manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità", ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
"In un contesto geopolitico profondamente cambiato, l'ETS, nella sua attuale configurazione, ha mostrato tutti i suoi limiti, trasformandosi da strumento di decarbonizzazione a veicolo di speculazione finanziaria."
Di tenore simile quanto dichiarato da BusinessEurope, principale organizzazione imprenditoriale con sede a Bruxelles che rappresenta 42 federazioni industriali e datoriali nazionali di 36 Paesi - Confindustria compresa - che in un position paper ha indicato le sue priorità rispetto alla revisione dell'ETS.
Tra i punti chiave si legge: "BusinessEurope sostiene un ruolo centrale dell'ETS nel quadro climatico dell'UE post-2030, come strumento di mercato fondamentale per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia, deve essere riconosciuta la situazione allarmante per la competitività europea. Le imprese si trovano ad affrontare costi crescenti e una forte concorrenza globale, mentre le condizioni abilitanti per creare un vero modello di business per la decarbonizzazione sono in gran parte assenti. "La revisione dell'ETS deve quindi essere adattata alle sfide attuali e al contesto successivo al 2030. Per BusinessEurope occorre introdurre margini di flessibilità per garantire la sostenibilità a lungo termine e garantire solide misure contro il carbon leakage (delocalizzazione della CO2) per assicurare condizioni di concorrenza eque.
Ma dal mondo delle imprese arrivano anche segnali di segno opposto: è del 9 marzo una ulteriore lettera, firmata da 100 imprese di diversi Paesi europei.
"L'Europa – vi si legge - deve rimanere prevedibile, credibile e ambiziosa per attrarre gli investimenti di cui abbiamo bisogno per competere a livello globale. Mantenere un ETS forte, migliorandolo dove necessario ma senza indebolirlo, è essenziale per raggiungere questo obiettivo. Invitiamo il Consiglio europeo ad adottare una dichiarazione chiara nel vertice del 19-20 marzo che elimini per investitori e mercati qualsiasi ambiguità sul percorso dell'Europa verso sicurezza energetica, competitività e decarbonizzazione, sottolineando la necessità di una risposta a livello dell'UE alle sfide comuni nello spirito del mercato unico."
Il confronto europeo in vista del Consiglio di marzo
Il dibattito sull'ETS si intensifica dunque mentre i governi europei si preparano al Consiglio europeo del 19-20 marzo, che dovrà affrontare il tema della competitività industriale e dei costi energetici.
Per l'Italia la questione energetica è ormai un nodo strategico. Il governo insiste sulla necessità di conciliare la transizione climatica con la competitività dell'economia europea, evitando che i costi della decarbonizzazione si traducano in un ulteriore svantaggio per l'industria.
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A difesa del meccanismo si è pronunciata la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, intervenendo l'11 febbraio allo European Industry Summit: "L'Ets porta chiari benefici. Dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni sono diminuite del 39%, mentre l'economia nei settori coperti dall'Ets è cresciuta del 71%. Questo dimostra che decarbonizzazione e competitività possono andare di pari passo, e che, dal 2005, l'ETS ha generato oltre 260 miliardi di euro di entrate. A livello europeo, il 100% di queste entrate è stato reinvestito nell'innovazione industriale. Tuttavia, gli Stati membri investono meno del 5% dei ricavi dell'Ets nella decarbonizzazione industriale. Credo che sia arrivato il momento che gli Stati membri intensifichino gli sforzi e raggiungano il nostro stesso livello di sostegno."
A questo intervento ha fatto seguito un nuovo pronunciamento di apertura alle modifiche, davanti alla plenaria all'Europarlamento dell'11 marzo: "Abbiamo bisogno dell'Ets, ma dobbiamo modernizzarlo".
Che cos'è l'ETS europeo
L'ETS (Emissions Trading System) è il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO₂, introdotto dall'Unione europea nel 2005 per ridurre le emissioni di gas serra.
Il meccanismo funziona secondo il principio del "cap and trade":
- l'Unione europea stabilisce un tetto massimo complessivo di emissioni per alcuni settori industriali e per la produzione di energia;
- le imprese ricevono o acquistano quote di emissione, ciascuna delle quali autorizza a emettere una tonnellata di CO₂;
- le quote possono essere scambiate sul mercato: chi emette meno può vendere le proprie quote, chi supera il limite deve acquistarne.
Nel tempo il tetto complessivo viene progressivamente ridotto, rendendo le quote sempre più scarse e aumentando il prezzo della CO₂, con l'obiettivo di incentivare investimenti in tecnologie a basse emissioni.
Il sistema ETS copre circa il 40% delle emissioni dell'Unione europea, coinvolgendo soprattutto centrali elettriche, industrie energivore e, più recentemente, anche il settore dell'aviazione.
Articolo di Monica Dall'Olio

