Laboratori di analisi acque, REF: sempre più strategici per il servizio idrico

23 set 2026
Il Position Paper n. 326 del Laboratorio analizza i modelli organizzativi dei laboratori – standard, evoluto e integrato – evidenziandone caratteristiche, costi, benefici e implicazioni regolatorie. Collaborazione tra gestori e condivisione di competenze, tecnologie e investimenti emergono come leve per affrontare l'aumento dei parametri, gli obblighi di accreditamento e le nuove esigenze di sicurezza e tracciabilità.

Laboratori di analisi delle acque sempre più strategici per chi gestisce il servizio idrico integrato: non rappresentano più semplici strutture tecniche, ma veri e propri presidi di sicurezza, governance e innovazione. È questo il focus del Position Paper n. 326 del Laboratorio REF, dal titolo “Sinergie operative nel servizio idrico: il ruolo strategico dei laboratori di analisi”.

Secondo lo studio, l’evoluzione delle normative italiana ed europea sulla qualità delle acque potabili e depurate sta cambiando le modalità operative dei gestori e rende il monitoraggio della qualità dell’acqua sempre più centrale per garantirne la disponibilità in condizioni di sicurezza.

L’aumento dei parametri da controllare e di standard e criteri di accreditamento richiede strumenti automatizzati, tecnologie avanzate, personale qualificato e investimenti significativi. L’approccio basato sul rischio rafforza inoltre il ruolo dei laboratori nella valutazione dei pericoli lungo la filiera idropotabile. In questo contesto, la collaborazione tra gestori può favorire la condivisione degli investimenti, l’innovazione e un uso più efficiente delle risorse.

L'evoluzione normativa e le nuove esigenze di controllo

Per le acque potabili, il recepimento della direttiva europea 2020/2184 ha introdotto un approccio preventivo e basato sul rischio, rafforzando monitoraggio, tracciabilità e prevenzione attraverso i Piani di Sicurezza dell’Acqua (PSA). Si passa quindi da un controllo della sola conformità a una gestione dei parametri e delle frequenze di analisi in funzione dei rischi specifici del territorio.

Il d.lgs. n. 18/2023 prevede l’adozione obbligatoria dei PSA entro il 2029 e, dal 12 luglio 2027, la valutazione e gestione del rischio delle aree di alimentazione dei punti di prelievo. I PSA analizzano l’intera filiera, dall’approvvigionamento al consumatore, integrando valutazione dei rischi, misure di controllo, monitoraggio e comunicazione, e devono essere periodicamente aggiornati. Il decreto ha inoltre istituito il Centro nazionale per la sicurezza delle acque e il sistema informativo AnTeA, per la gestione e condivisione dei piani.

Anche per le acque reflue – scrive REF – si sta affermando un approccio più avanzato, con obblighi di trattamento dei microinquinanti e controlli più rigorosi su microrganismi e altri parametri.

Il ripensamento dell’organizzazione nasce da sfide comuni ai gestori, opportunità di miglioramento e criticità operative. Tra queste, i tempi ristretti tra campionamento, trasporto e analisi, la variabilità dei volumi e l’aumento dei parametri da controllare mettono sotto pressione spazi, risorse e capacità organizzative, soprattutto nelle situazioni di emergenza.

I modelli di gestione dei laboratori

Secondo lo studio, il d.lgs. n. 18/2023 attribuisce ai gestori la responsabilità diretta dei controlli interni. Per affrontare la crescente complessità, si sono sviluppati tre modelli organizzativi. Il modello standard prevede analisi di routine interne e l’esternalizzazione di quelle più complesse; riduce gli investimenti, ma risulta sempre meno sostenibile.

Il modello evoluto si basa invece su un laboratorio interno altamente specializzato, capace di svolgere quasi tutte le analisi, garantendo maggiore controllo e rapidità, ma richiedendo investimenti elevati. Il modello integrato rappresenta una soluzione intermedia, combinando specializzazioni interne e collaborazione tra gestori per condividere risorse e ottenere economie di scala, pur richiedendo un maggiore coordinamento. Esperienze già presenti in Italia – scrive REF – mostrano l’efficacia di questi diversi approcci.

La configurazione del laboratorio ha rilevanza anche sul piano regolatorio, influenzando il riconoscimento di costi, ricavi e incentivi. Le analisi per il servizio idrico sono considerate costi operativi, mentre quelle conto terzi rientrano tra le altre attività idriche. Nei modelli evoluto e integrato, gli investimenti in strumentazione avanzata e le collaborazioni tra gestori seguono specifiche regole di contabilizzazione. In caso di joint venture, costi e ricavi sono ripartiti tra i gestori in base agli accordi e alla proprietà dei beni.

Conclusioni e prospettive organizzative

In sintesi, secondo il Position Paper il cambiamento è spinto sia da nuovi standard normativi sia da criticità e opportunità interne. I modelli standard, evoluto e integrato rappresentano possibili soluzioni, da scegliere in base a benefici, costi e implicazioni organizzative e regolatorie. La loro applicazione può essere modulare e progressiva, valutando fabbisogni futuri, evoluzione normativa, volumi, innovazione e costi di personale, attrezzature e strutture.