PNIISSI, ANBI: dai Consorzi proposte da 7,3 mld per sicurezza idrica post-PNRR

15 apr 2026
Dalla gestione delle piene allo stoccaggio, il piano punta a rendere strutturali gli investimenti in tutte le regioni, con l'obiettivo di garantire resilienza climatica superando i ritardi burocratici. Articolo a cura di Daniela Marmugi

Un pacchetto di 266 interventi pronti a partire, dal valore complessivo di 7,3 miliardi di euro, per blindare la sicurezza idrica nazionale e garantire la resilienza di un Paese sempre più esposto alle fragilità climatiche. Alla vigilia del termine della parentesi PNRR, l'iniziativa presentata da ANBI a Roma risponde all'importante sfida con cui l'Italia si trova a fare i conti: trasformare una stagione di fondi straordinari in una strategia di investimenti strutturali.

Durante il convegno, i rappresentanti dei consorzi di ciascuna regione italiana si sono susseguiti per illustrare le progettualità candidate per la seconda tranche del PNIISSI (Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali nel Settore Idrico), la cui finestra di presentazione si è chiusa lo scorso gennaio, per chiedere al governo non solo lo stanziamento di risorse certe e continuative, ma anche un deciso cambio di passo sul fronte delle autorizzazioni.

Un'Italia "ribaltata"

Il confronto ha permesso di mettere in risalto il paradosso geografico che sta ridefinedo l'agenda politica nazionale: l'immagine di un'Italia "ribaltata" dai mutamenti climatici. Se in passato l'emergenza siccità riguardava quasi esclusivamente il Sud Italia, oggi è il Nord a trovarsi di fronte a uno scenario di vulnerabilità idrica senza precedenti. Come evidenziato da Attilio Toscano, Professore Ordinario di Idraulica Agraria all'Università di Bologna, questa situazione affonda le radici nella storia stessa dell'ingegneria idraulica italiana.

Il Meridione, abituato da sempre a gestire la scarsità di risorse, ha costruito la propria resilienza grazie alle grandi opere della Cassa del Mezzogiorno, che necessitano certamente di ammodernamento ma che hanno permesso di resistere meglio alle ultime crisi.

Al contrario il Settentrione, storicamente ricco d'acqua e che non ha mai avuto la necessità di investire massicciamente in invasi e sistemi di accumulo, si trova oggi impreparato a gestire la scarsità idrica provocata da fenomeni come fiumi in secca e nevicate scarse.

Non è però solo una questione di nuove opere: il problema riguarda anche la manutenzione di quelle esistenti, concepite decenni fa e non più in grado di espletare le loro funzioni originarie. Il PNIISSI, commenta Toscano, serve proprio ad aggiornare queste infrastrutture per renderle capaci di rispondere a fenomeni che un tempo erano eccezioni e che oggi sono diventate la regola.

Necessario passare da emergenza a programmazione

La necessità di un piano strutturale non nasce soltanto da un'esigenza economica, ma da un dato drammatico certificato dall'ISPRA: il 95% del territorio italiano è a rischio dissesto idrogeologico. Come sottolineato da Francesco Battistoni, Segretario dell'Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, l'Italia è passata nell'ultimo biennio dal Decreto Siccità al Decreto Alluvioni, provvedimenti opposti per rispondere a due facce della stessa medaglia.

Un appello alla resilienza condiviso anche dal Direttore Generale dell'ISPRA Maria Siclari, che nel corso del suo intervento ha ribadito l'importanza di uscire da una logica dell'emergenza. Per farlo, occorre partire da una corretta lettura dei dati: "Le precipitazioni non sono diminuite, ma a causa del cambiamento climatico è cambiata drasticamente la disponibilità della risorsa, con una quota sempre maggiore di acqua che ritorna in atmosfera".

Tuttavia, come evidenziato da Marco Casini, Segretario Generale dell'Autorità di bacino distrettuale dell'Appennino Centrale, la conoscenza da sola non basta se non è supportata da una solida strategia finanziaria. "È il momento di smetterla con gli interventi spot", ha dichiarato, sottolineando come l'Italia debba puntare a investimenti costanti di almeno 4 miliardi all'anno, cifra assolutamente compatibile con il PIL nazionale e già realtà in Paesi come Germania e Spagna.

In quest'ottica di semplificazione, ha fatto sapere Battistoni, il Parlamento sta lavorando a strumenti normativi più snelli, che puntano a rafforzare il coordinamento tra gli enti territoriali per rendere operativa quella "capacità del fare" che i Consorzi hanno già ampiamente dimostrato.

L'impegno delle Regioni: i progetti proposti

Dalle progettualità presentate emerge la volontà condivisa di adottare un approccio preventivo delle emergenze. Nelle regioni del Nord, territori storicamente ricchi d'acqua, il focus si è ormai spostato sullo stoccaggio. In Lombardia e Piemonte, i Consorzi hanno previsto interventi di bacinizzazione e di riefficientamento di arterie storiche, come il Canale Cavour, che oggi devono fare i conti con la drammatica riduzione delle portate glaciali.

Un esempio virtuoso è quello del Veneto, dove l'investimento da 581 milioni punta al recupero polifunzionale di ex cave dismesse. In Trentino Alto Adige, la sfida climatica si combatte con intelligenza artificiale e monitoraggio di precisione, essenziali per tutelare le colture di pregio e garantire, al contempo, la produzione idroelettrica.

Spostando l'attenzione verso il Centro, la strategia idrica si fonde con la protezione civile e l'economia circolare. In Toscana, 261 milioni di euro per il riutilizzo delle acque reflue depurate e interventi su infrastrutture di valenza nazionale. In Abruzzo, Marche e Umbria, il focus si sposta sulla messa in sicurezza delle strutture esistenti: dalla riqualificazione dei canali del Fucino all'adeguamento sismico delle dighe marchigiane, l'obiettivo è garantire che le infrastrutture idriche non siano un elemento di rischio per un territorio già vulnerabile.

Il Mezzogiorno e le Isole, pur potendo contare su un sistema di grandi invasi, puntano tutto sull'efficienza e sul recupero della capacità operativa. La Puglia, con un piano imponente da 1,1 miliardi, punta al risanamento dei grandi adduttori per azzerare le perdite. Una filosofia condivisa dalla Campania, che candida quasi un miliardo di euro per invasi a doppia funzione, capaci di regolare le piene durante le alluvioni e restituire risorsa nei mesi di siccità.

Parallelamente, nelle isole la sfida è contro il tempo e i sedimenti: se in Sardegna si lavora per incrementare il risparmio idrico in una regione già ricca di dighe, in Sicilia il piano da 385 milioni punta sullo "sfangamento" dei bacini, un intervento essenziale per recuperare volumi d'invaso e favorire la ripresa del comparto agricolo.

Investimenti, governo adotti impianto strutturale

Di fronte a una progettualità così definita, ha commentato Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI, non può più valere l'alibi delle risorse mancanti o della complessità tecnica: il vero nodo resta la velocità di esecuzione e la capacità di far "scendere in campo" gli investimenti. Un concetto ribadito anche dal Presidente Francesco Vincenzi, che ha chiuso l'evento rivendicando il ruolo operativo dei consorzi. A dare concretezza a questa richiesta è stato l'intervento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha confermato l'arrivo di nuove risorse.

In sintesi, per mettere in sicurezza il Paese non sono sufficienti dei fondi una tantum. La sfida è piuttosto quella di rendere il PNIISSI un piano di investimenti stabile e continuo, riducendo drasticamente i tempi di autorizzazione che frenano l'effettiva realizzazione delle opere. Solo così l'Italia potrà smettere di subire i danni ingenti di fenomeni sempre più estremi e passare finalmente a una gestione preventiva e più sicura.

Articolo di Daniela Marmugi